The Beatles
lunedì 22 giugno 2026 · 2 min
Una canzone che suona come una favola — e proprio per questo nasconde qualcosa.
C’è una finestra in questo pezzo: si affaccia su Desmond che vende al mercato, Molly che canta in una band, i figli che crescono, la vita che va avanti. È una storia talmente ordinata da sembrare quasi una presa in giro. Paul McCartney l’ha scritta nel 1968, anno in cui il mondo stava crollando — assassini politici, guerre, il movimento studentesco — e lui ha tirato fuori una filastrocca ska su una coppia felice del West Indies.
Io ci ho pensato a lungo: è cinismo o è una forma strana di resistenza? Perché ascoltando il piano che batte i primi accordi — secco, quasi percussivo, senza fronzoli — e poi quella voce che attacca con una naturalezza disarmante, non riesci a non sentirti bene. La valenza emotiva di questo pezzo è quasi al massimo possibile. Non è un caso: McCartney l’ha costruita così, ogni elemento spinge verso il su.
Ma il dettaglio che mi ha sempre fermato è un altro. Nella versione definitiva, Lennon — che odiava il pezzo, lo trovava stupido, si era rifiutato di registrarlo per giorni — entra alla fine a suonare il piano con forza esagerata, quasi a sfondarlo. E quella tensione si sente. Non nel senso che il pezzo suona teso: suona allegro, solare, leggero. Ma c’è qualcosa di troppo sotto, una pressione che non si risolve.
Forse è questo il vero contenuto di Ob-La-Di, Ob-La-Da: la vita continua — «ob-la-di, ob-la-da, life goes on» — non come promessa, ma come constatazione. E la differenza tra le due cose è esattamente lo spessore di un accordo di piano suonato troppo forte.
Scheda tecnica
- Tempo
- 113
- Etichetta
- EMI
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