Franco Battiato
lunedì 8 giugno 2026 · 2 min
C'è qualcosa di fisicamente luminoso in questo pezzo del 1985 — come se Battiato avesse trovato il modo di far suonare la luce.
C’è un paradosso in mezzo alla discografia di Battiato: uno dei pezzi più apertamente gioiosi che abbia scritto arriva nel 1985, proprio dopo la crisi creativa che aveva segnato «L’arca di Noè» e «Orizzonti perduti». Due album che i più descrivono come passi falsi dopo l’esplosione de «La voce del padrone» — quasi un milione di copie vendute, un caso nella storia della musica italiana. E invece di tornare alla formula, Battiato ci mette dentro i Saraceni, le notti bianche, sentimenti occulti. Non è un compromesso: è un’altra direzione.
Quello che colpisce di «Risveglio di Primavera» è quanto il suono giustifichi il titolo. A 124 BPM il pezzo non trotta — cammina con una certezza rara, quasi processionale. C’è un momento in cui la voce di Battiato — quella che qualcuno ha definito monacale, e non è un caso — si apre su immagini che sembrano uscire da una miniatura medievale piuttosto che da un pezzo pop degli anni Ottanta. I «Saraceni» non sono un vezzo esotico: sono il modo in cui lui ha sempre lavorato, scardinando il senso comune di cosa debba contenere una canzone italiana.
Il risveglio del titolo non è stagionale. O meglio: lo è anche, ma è soprattutto interiore — la primavera come metafora di qualcosa che torna dopo un periodo buio, che sia personale o artistico. Innamorarsi «seguendo i ritmi del cuore» è una frase che in bocca ad altri sarebbe banale. Qui, con quella produzione che spinge senza sudare, diventa quasi una dichiarazione di metodo.
Battiato siciliano, cresciuto a Ionia, morto a Milo nel 2021. Uno che ha attraversato tutto senza appartenere mai a niente. Questo pezzo lo ricordo ogni volta che arriva marzo.
Scheda tecnica
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