Cover dell'album Babysitter di Guè
#051 Album della settimana

Un disco ascoltato a fondo questa settimana

Guè — Sinatra

Foto dell'artista Guè

Guè

domenica 28 giugno 2026 · 4 min

Sinatra è il disco in cui Guè smette di dover dimostrare qualcosa e si mette comodo. Forse troppo comodo. Ma a 79 BPM certe cose funzionano lo stesso.

L’ho rimesso su per caso, una di quelle domeniche in cui non hai voglia di scegliere e lasci che la libreria decida per te. Sinatra era lì dal 2018, ascoltato due volte all’uscita e poi dimenticato dietro a dischi che facevano più rumore. A sei anni di distanza mi sono chiesto se avesse qualcosa da dire ancora.

Il disco esce il 29 novembre 2018 su Universal e Tanta Roba, ed è un Guè che a trentotto anni ha smesso di rincorrere. Lo senti subito: i BPM stanno bassi — «Babysitter» cammina a 79, un passo lento, quasi pigro, e dà il tono a buona parte dell’album. Non c’è fretta. Guè si prende il suo tempo tra le sillabe, allunga le pause, lascia che la produzione respiri sotto. È un disco che non ha bisogno di correre perché sa già dove vuole andare — il problema è che a volte ci arriva con il pilota automatico.

«Babysitter» è il pezzo che mi ha fatto ripartire l’ascolto. C’è questa storia raccontata con il cinismo tipico di Guè — «quando ti ho conosciuta, eri su Twitter / mi dicevi che eri una babysitter / ti ho rivista anni dopo» — e il tono è quello di chi guarda una scena dall’alto, senza coinvolgersi. La base è scura, minimale: kick pesante, hi-hat sottile, e la voce che occupa quasi tutto lo spazio. L’energia è alta per un pezzo così lento — 62 su 100 — perché la densità non viene dal ritmo ma dalla pressione costante del basso che non molla mai la presa.

Ma Sinatra non è solo «Babysitter». «Que Guapa» apre con un’attitudine diversa — più spavalderia, più colore. Guè gioca con lo spagnolo, butta dentro riferimenti sparsi, «la spremo, limonata», e c’è un’ironia quasi caricaturale che funziona perché lui ci crede abbastanza da non sembrare forzato. La produzione qui è più luminosa, il mix si apre, e il pezzo ha una valenza emotiva più alta — ti muove, anche se il contenuto è leggero come una lattina vuota.

Poi c’è il Guè di «Roshelle, ma belle» — che è un verso, non un titolo, ma racconta bene l’approccio di tutto il disco: nomi, riferimenti di moda, Margiela che torna come un ritornello dentro il ritornello. «Sei così sincera che vuoi solo Margiela» — e qui Guè fa la cosa che sa fare meglio, condensare un’intera dinamica relazionale in una battuta. Non è profondità, è precisione. E a volte la precisione basta.

Il problema di Sinatra — e lo dico con rispetto per un disco che mi ha tenuto compagnia per due ascolti completi questa settimana — è che il livello non si muove. Non c’è un arco, non c’è una salita o una discesa. Entri a un’altitudine e ci resti. Traccia dopo traccia il timbro è lo stesso, l’atteggiamento è lo stesso, la temperatura è la stessa. Non c’è un momento in cui Guè abbassa la guardia o cambia registro — e questo, che in teoria è un segno di coerenza, in pratica diventa monotonia. Manca il pezzo che spacca la sequenza, quello che ti costringe a rialzare il volume o a fermarti.

Guè è uno dei pochi rapper italiani — insieme a Marracash, con cui ha diviso un disco intero — che può permettersi di fare un album così: tutto sullo stesso piano, tutto controllato, tutto within range. Ha il mestiere per farlo. Ma il mestiere non è sufficiente a rendere un disco memorabile. Sinatra è un album che si ascolta bene e si dimentica in fretta. Un lunedì sera lo rimetti su e non ti disturba. Un martedì mattina non ti viene in mente.

È il disco di un rapper che sa esattamente cosa sta facendo. Il che è sia il suo pregio più grande sia il suo limite più evidente.

Scheda tecnica

Durata
3:29
Tempo
79
Album
Sinatra
Anno
2018
#anni 2010#guè

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