Foto dell'artista Riovaz
#052 Artista della settimana

Chi è, cosa ha fatto, perché lo ascolto

Artista della settimana: Riovaz

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Riovaz

domenica 28 giugno 2026 · 3 min

Brandon Hernandez ha iniziato a fare musica a 13 anni nel New Jersey e a 16 aveva già un singolo da 90 milioni di stream. Non è un caso — è un metodo.

C’è qualcosa di fastidioso, nel senso buono, nel modo in cui Riovaz si rifiuta di stare fermo.

Brandon Hernandez è nato a Jersey City nel 2004 — ha 21 anni adesso — ed è figlio di genitori ecuadoriani. Ha cominciato a fare musica a 13 anni, ha pubblicato il suo primo singolo «Shine» nel 2019, e nel 2020 «Prom Night» gli ha cambiato la vita: più di 90 milioni di stream su Spotify, un’onda TikTok che lo ha portato a firmare con Warner Records, e all’improvviso il suo nome circolava accanto a gente come ericdoa e aldn — tutta quella zona grigia tra hyperpop, indie e qualcosa che ancora non ha nome preciso.

Quello che mi ha fatto fermare, ascoltandolo, non è stata la popolarità. È stata la texture sonora. «Prom Night» non suona come un pezzo costruito per diventare virale — suona come qualcuno che ha passato troppo tempo ad ascoltare synth anni ‘80 e poi ha deciso di metterci sopra una voce che galleggia invece di spingere. I pad sono morbidi, quasi sfocati, e la voce di Brandon ci sta sopra con una leggerezza che in un altro contesto chiameresti disinteresse — ma non lo è. È controllo.

«I Feel Fantastic», uscito nel 2021, porta quella stessa sensazione un passo più in là. C’è un momento, verso metà brano, in cui la produzione si apre e rimane quasi sola — un loop sottile, quasi ipnotico — e la voce rientra tardi, come se non avesse fretta. È il tipo di scelta che o senti o non senti. Io l’ho sentita al terzo ascolto e non sono più riuscito a ignorarla.

Poi c’è «327BPM» — il titolo è già un programma. Non so se gira davvero a quei BPM, mi sembra più una provocazione che una dichiarazione tecnica, ma il punto è che Riovaz in quel periodo stava spingendo verso qualcosa di più frantumato, più fisico, più vicino all’elettronica da club che al pop sentimentale degli esordi. È un cambio di direzione netto, e non tutti lo seguiranno — ma il fatto che lo abbia fatto senza chiedere il permesso a nessuno è esattamente quello che lo rende interessante.

Ciò che emerge, ascoltando la sua traiettoria, è che non esiste una formula Riovaz fissa. C’è house, c’è Jersey club, ci sono influenze alt-rock che affiorano qua e là, e poi quella base di synth sognante che è rimasta costante sin dall’inizio. Lui stesso ha detto — in un contesto promozionale prima di una data a Los Angeles — di essere in «costante innovazione», e normalmente quando un artista dice una cosa del genere su se stesso la prendo con le pinze. Nel suo caso, però, la discografia lo dimostra: ogni uscita suona come una domanda nuova, non come la risposta rassicurante alla precedente.

Se non lo conosci, partirei da «Prom Night» — non per nostalgia, ma perché è il punto da cui tutto il resto si capisce meglio. È il brano che ha detto al mondo chi era, e anche se lui da allora si è spostato parecchio, quella voce su quei synth è ancora il centro di gravità attorno a cui girano tutti gli esperimenti successivi.

Ha 21 anni e ha già cambiato suono almeno due volte senza perdere un’identità riconoscibile. Non so dove va a finire, e questo — per uno nato nel 2004 — è già una risposta.

#riovaz

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