Dutch Nazari
venerdì 26 giugno 2026 · 3 min
Kid Yugi torna con 64 barre senza ritornello e senza rete. GattoToro e Dutch Nazari fanno una cosa strana e riuscita. Il resto lo lascio dov'è.
Tre uscite su cinque mi hanno fatto alzare le sopracciglia, e solo due me le hanno tenute su.
Parto da Kid Yugi, perché «64 Barre di Terrore» è il tipo di pezzo che o lo reggi o lo spegni dopo venti secondi. Sessantaquattro barre per il format Red Bull 64 Bars — niente ritornello, niente gancio, niente pausa. È un esercizio di resistenza, sia per chi rappa sia per chi ascolta, e Kid Yugi lo affronta come uno che ha qualcosa da dimostrare a sé stesso prima che agli altri. La produzione sta bassa, scura, quasi claustrofobica — i bassi occupano tutto lo spazio sotto i 200 Hz e la voce ci galleggia sopra senza mai cercare aria. Non c’è un momento in cui il beat si apre, non c’è un drop, non c’è sollievo. È una scelta precisa: togliere qualsiasi appiglio melodico e costringerti a stare dentro il flusso. E il flusso regge. Verso la metà — intorno alla trentesima barra — c’è un cambio di cadenza che rallenta tutto di colpo, come se il tempo si ispessisse, e lì senti che non sta recitando a memoria ma sta cercando il peso di ogni sillaba. È rap italiano che non chiede permesso e non chiede applausi. A me ha funzionato, anche se capisco chi lo trova un esercizio fine a sé stesso. La differenza tra un esercizio e un pezzo, per me, sta nella tensione — e qui la tensione non cala mai.
Poi c’è questa cosa di GattoToro con Dutch Nazari. «Italiani all’estero» è il nuovo singolo di GattoToro — progetto solista di Gabriele Tura, frontman de Le Endrigo — dopo l’album «Quanti amori che ho, nessuno che capisca un accidente». Dutch Nazari ci entra come ospite, e la combinazione è meno ovvia di quanto sembri. Il pezzo ha un’andatura da passeggiata lenta, quasi da cantautorato disidratato — chitarre che suonano pulite, senza effetti, senza nascondersi dietro niente. La voce di Nazari arriva dopo la prima strofa e cambia registro senza cambiare tono: stessa temperatura emotiva, timbro diverso, e il contrasto funziona perché nessuno dei due forza. C’è un passaggio in cui le due voci si sovrappongono per un attimo — non un duetto, più un incrocio casuale — e lì il pezzo respira in un modo che il resto della canzone non concede. Il testo gioca sull’idea dell’italiano fuori posto, ma senza retorica e senza cartoline: è più una sensazione di disallineamento che una denuncia. Mi ha ricordato un certo modo di scrivere canzoni che in Italia facciamo bene quando non ci sforziamo troppo di farlo bene.
Il remix di GRiZ per «It’s Called: Freefall» dei Rainbow Kitten Surprise l’ho ascoltato due volte. GRiZ è uno che viene da Southfield, Michigan, suona il sassofono e produce quello che lui stesso chiama future-funk — e in effetti il sassofono entra nel remix e prova a dare calore a un pezzo che nell’originale viveva di fragilità acustica. Ma il risultato mi suona come due canzoni che si parlano addosso senza ascoltarsi. Il drop elettronico spezza l’intimità dell’originale senza sostituirla con qualcosa di altrettanto convincente. Non è brutto, è inutile.
Il resto — The Who, Lefty Gunplay — l’ho lasciato dove stava. Non tutto merita un’opinione, e questa settimana le mie le ho spese.
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