Deftones
domenica 14 giugno 2026 · 3 min
Da Sacramento, 1988. Trent'anni a costruire qualcosa che non rientra in nessuna categoria senza forzature. Il motivo per cui ancora oggi tornano.
C’è un momento in «Change (In the House of Flies)» — siamo nel 2000, album White Pony — in cui Chino Moreno smette di cantare e quasi sussurra. La produzione si svuota intorno a lui: rimane un loop di chitarra basso e ipnotico, qualcosa che assomiglia a un drone più che a un riff, e la voce galleggia sopra come se non volesse toccare il fondo. Poi il pezzo esplode. Non subito — ci vuole pazienza, e quella pazienza è esattamente il punto.
I Deftones vengono da Sacramento, California, 1988. Sono cresciuti con Metallica, Black Sabbath, Alice in Chains — lo si sente, non lo nascondono — ma già dai primi dischi si capisce che stanno cercando qualcosa di diverso. Vengono spesso citati tra i padri del nu metal insieme ai Korn, ma questa etichetta ha sempre un po’ stretto: i Korn costruivano su rabbia compressa e groove dissonante, i Deftones invece si sono sempre mossi verso qualcosa di più ambiguo, più atmosferico. Around the Fur, del 1997, è il disco in cui cominciano a diventare riconoscibili — «My Own Summer (Shove It)» è puro peso fisico, Carpenter con una chitarra che non lascia spazio a niente — ma è con White Pony, tre anni dopo, che la cosa si apre davvero. Lì dentro c’è shoegaze, c’è new wave, ci sono dinamiche che un gruppo metal della loro generazione non avrebbe nemmeno considerato.
Chino Moreno è il centro di tutto. Ha una voce che può stare in posti molto diversi nello stesso brano: bassa e quasi parlata nella strofa, poi si apre in qualcosa che è a metà tra un urlo e una melodia. Non sempre funziona, ma quando funziona è difficile da replicare. In «Passenger», sempre da White Pony, canta in duetto con Maynard James Keenan dei Tool — i due si intrecciano senza che nessuno dei due ceda — e il brano dura quasi otto minuti senza che ce ne si accorga.
Poi c’è la storia di Chi Cheng. Il bassista storico della band, uno dei membri fondatori, il 4 novembre 2008 rimase coinvolto in un incidente stradale a Santa Clara. Cadde in uno stato di coma semi-cosciente da cui non si riprese più, fino alla morte nel 2013. La band non si è fermata — Sergio Vega, ex Quicksand, prese il suo posto dal 2009 — ma quella perdita ha cambiato il peso di tutto quello che è venuto dopo. Diamond Eyes esce nel 2010, registrato mentre Cheng era ancora in coma: c’è qualcosa di strano nell’ascoltarlo sapendo questo, una tensione che non è solo musicale.
Se non li hai mai sentiti, partirei da White Pony. Non dal primo pezzo — lasciagli il tempo di costruire. Arriva fino a «Digital Bath» e stai a sentire cosa succede quando abbassano i BPM quasi fino all’immobilità: il brano cammina lentissimo, ogni nota tiene il suo spazio, e Moreno canta «I feel like making love to you» con una calma che ha qualcosa di inquietante. Non è una ballad. È qualcosa di più difficile da definire.
Ci tengo perché i Deftones sono uno dei pochi gruppi di quella generazione che non si è cristallizzato nel proprio momento d’oro. Trent’anni di carriera, e il decimo album — Private Music, uscito nel 2025 — viene descritto come il più denso e meno accessibile di tutti. Non so se sia un complimento o un avvertimento. Probabilmente entrambe le cose. E questo, per me, è già una ragione per starci attento.
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