Calibro 35
domenica 31 maggio 2026 · 3 min
Formati a Milano nel 2007, i Calibro 35 hanno preso le colonne sonore del poliziottesco italiano e le hanno rimesse in moto. Il fatto che Jay-Z e Dr. Dre abbiano campionato i loro brani non è un caso — è la conferma che stavano scavando dove gli altri non guardavano.
C’è una cosa che i Calibro 35 fanno meglio di quasi tutti: farti sentire il peso di una scena che non esiste. Nessuna voce, nessun testo, nessun cantante a dirti cosa provare — e invece ogni brano arriva con una tensione precisa, quella delle carriere a tutta velocità sul selciato di una Milano anni Settanta che non c’è più.
Il nome lo spiega tutto, se ci fai caso. «Calibro» rimanda direttamente ai titoli del poliziottesco — quei film di genere sporchi e veloci che l’Italia produceva a decine tra il ‘68 e il ‘78. Il «35» è i 35mm della pellicola. Sono partiti da lì: da anni passati a dissotterrare vinili con colonne sonore dimenticate, a capire perché certi groove di Morricone o Piccioni funzionavano come pugni. Nel 2007 il produttore Tommaso Colliva — uno che ha lavorato con Muse, Franz Ferdinand e Phoenix, quindi non uno qualsiasi — ha riunito il gruppo a Milano, e quello che ne è venuto fuori non era nostalgia: era qualcosa di più pericoloso.
La formazione è notevole anche solo a leggerla: Enrico Gabrielli alle tastiere e ai fiati viene dagli Afterhours e da Vinicio Capossela, Fabio Rondanini alla batteria ha suonato con Cristina Donà e Niccolò Fabi, Luca Cavina al basso viene dall’orbita di Beatrice Antolini. Sono musicisti che sanno cos’è il contesto, e si sente. Non c’è niente di dilettantistico nel modo in cui costruiscono un brano: ogni elemento ha un posto, ogni silenzio è scelto.
Il fatto che Jay-Z, Timbaland e Dr. Dre abbiano campionato i loro pezzi mi dice una cosa precisa: i Calibro 35 hanno trovato un materiale grezzo così forte che i produttori più ascoltati al mondo ci hanno sentito qualcosa da usare. Non è un endorsement pubblicitario — è la verifica sul campo che quella roba funziona su qualsiasi sistema di ascolto.
Sul piano sonoro, quello che mi ferma ogni volta è il basso. Non il basso come accompagnamento — il basso come protagonista. In certi brani Cavina costruisce una linea che sale lenta, quasi pigra, mentre la batteria di Rondanini tiene un groove che non si affretta mai: a volte siamo sui 75-80 BPM, e quel passo lento crea una pressione che un ritmo veloce non riuscirebbe a fare. La chitarra di Martellotta entra in ritardo, sporca, con quel tipo di wah controllato che rimanda direttamente ai soundtrack italiani — non una citazione ironica, una lingua che conoscono davvero. E poi ci sono i fiati di Gabrielli: arrivano spesso quando meno te li aspetti, cambiano il colore emotivo del brano in tre secondi.
Sono otto album in studio e diverse colonne sonore per film e serie TV — hanno chiuso il cerchio, alla fine: partiti da chi faceva musica per immagini, sono diventati loro stessi autori di musica per immagini.
Se non li hai mai ascoltati, entra da qualsiasi punto — non c’è una porta sbagliata. Ma sappi che non è musica di sottofondo. I Calibro 35 chiedono attenzione, e quando gliela dai ti restituiscono qualcosa di specifico: la sensazione precisa di un’inquadratura notturna, di un inseguimento che non sai come va a finire. Musica strumentale che racconta storie senza usare una parola.
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