Tears For Fears
giovedì 3 settembre 2026 · 2 min
Un inno per il Mondiale del Qatar firmato da due signori del synth-pop britannico: la domanda è se ci credi ancora, o se lo cantano solo per venderti una birra.
C’è qualcosa di strano nel sentire Roland Orzabal e Curt Smith — quelli di «Mad World», quelli che quarant’anni fa cantavano il dolore e la paranoia collettiva — intonare un inno trionfante per una coppa del mondo sponsorizzata da Budweiser. Non è un giudizio morale, è una domanda che il brano lascia aperta da solo: puoi prendere una voce costruita attorno all’inquietudine e darle un testo che dice al mondo che il mondo è tuo? I Tears for Fears sono nati a Bath nel 1981, il nome è preso dalla terapia del grido primale di Arthur Janov — lacrime al posto delle paure, diceva Curt Smith in un’intervista. Quella tensione tra fragilità e trionfalism ora viene stirata fino al limite.
Il brano cammina a 113 BPM, un passo che non corre ma non si ferma mai — come una cerimonia di apertura che non puoi saltare. Il synth che apre porta i segni riconoscibili del loro suono degli anni Ottanta, quella texture larga e cinematica, ma la produzione qui è pulita, quasi asettica: manca la ruvidezza che rendeva «Everybody Wants to Rule the World» qualcosa di più di uno sfondo.
La cosa che mi colpisce davvero, però, è il contrasto irrisolvibile. Un gruppo che ha fatto della fragilità psicologica il proprio marchio — il nome viene letteralmente da un trattamento terapeutico — si ritrova a confezionare ottimismo globale per uno sponsor multinazionale. Il risultato è un pezzo che funziona esattamente per quello che deve fare: riempire uno stadio, sollevare le braccia. Se aspetti qualcosa di più, resti lì con le braccia a metà.
Scheda tecnica
- Tempo
- 113
- Etichetta
- Concord Records
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