Calcutta
domenica 13 settembre 2026 · 4 min
Il quarto album di Calcutta è un disco che cammina piano, si siede, e non ha fretta di alzarsi. L'ho riascoltato due volte questa settimana e ogni volta mi ha lasciato con la stessa sensazione: qualcosa di irrisolto che non vuole risolversi.
Ho rimesso su Relax venerdì sera, quasi per caso — cercavo qualcosa di sottofondo mentre cucinavo e l’algoritmo me l’ha piazzato davanti. Non lo riascoltavo per intero dall’uscita, ottobre 2023, Bomba Dischi. La prima volta l’avevo trovato strano: troppo quieto, troppo poco. Venerdì ho capito che quello era il punto.
Edoardo d’Erme, classe ‘89, da Latina, ha sempre avuto questa capacità di scrivere cose che sembrano semplici e poi ti rimangono addosso per giorni. Con Relax la spinge fino in fondo. Il disco ha un’acusticità altissima — la chitarra è quasi sempre lì, nuda, e la produzione non cerca mai di riempire gli spazi. Li lascia aperti. A tratti scomodi.
Preoccuparmi è il pezzo che mi ha fermato di nuovo. A 178 BPM sulla carta, ma l’energia è bassissima — 37 su 100 — e questo crea un effetto strano: il tempo corre ma tutto il resto è fermo, come camminare veloce senza arrivare da nessuna parte. Il testo è scarno fino a sembrare un appunto: «dirti che, mhm-mhm / I love you, mhm-mhm / a volte non ne posso più». Quei mhm-mhm non sono riempitivi. Sono le parole che non vengono, il balbettio di chi sa cosa dovrebbe dire ma non ci riesce. E poi: «non sei tu / solo che mi sento giù» — una frase che chiunque ha detto almeno una volta nella vita, e che qui suona come una piccola resa. Non drammatica. Quieta.
Ma Relax non è solo Preoccuparmi — sarebbe riduttivo. Il disco si muove come un pomeriggio lungo in cui non succede niente di clamoroso ma cambia la luce. Nelle tracce iniziali c’è ancora un tentativo di leggerezza, una specie di ironia sottile che Calcutta sa maneggiare bene — quella cosa da Luca Carboni aggiornata, dove il quotidiano diventa materia senza diventare mai letteratura. Poi il disco si abbassa progressivamente. Le chitarre restano acustiche, le voci si avvicinano al microfono, i testi si fanno più corti. Come se a un certo punto non ci fosse più bisogno di spiegare, solo di stare lì.
Quello che mi colpisce è la coerenza dell’arco. Non c’è un singolo che esplode e sbilancia tutto il resto. Non c’è il pezzo radiofonico che interrompe l’atmosfera. È un album che tiene la stessa temperatura dall’inizio alla fine — e la temperatura è tiepida, leggermente sotto il confortevole. L’acusticità al 71% dice molto: questo è un disco di stanze, non di stadi. Di cose dette a bassa voce.
Le influenze si sentono, ma digerite. Calcutta ha sempre citato Caetano Veloso e Lucio Battisti tra i suoi riferimenti, e qui il Veloso lo trovi in quell’economia del gesto — una nota basta, una parola basta, il resto è silenzio. Battisti meno, forse. Battisti aveva bisogno di drammi; qui il dramma non arriva mai, e forse è proprio questa l’inquietudine del disco.
La valenza emotiva è quasi esattamente a metà — 48 su 100 — e non mi sorprende. Relax non è triste e non è allegro. È quella zona in cui stai fermo e non sai se stai bene o stai male, e la risposta è: nessuna delle due, sto qui. Dopo Mainstream che l’ha fatto esplodere nel 2015, dopo tutto quello che è venuto dopo, questo disco suona come uno che si è tolto le scarpe e si è seduto per terra.
A me Relax convince. Non tutto — ci sono momenti in cui la quiete diventa inerzia, in cui avrei voluto che qualcosa si rompesse, che una nota stonasse, che la voce salisse. Ma è un disco onesto nella sua ostinazione a non alzare mai il volume. E «a volte non ne posso più» — detta così, senza enfasi, senza il ritornello che sale — mi sembra la frase più vera che Calcutta abbia scritto.
Scheda tecnica
- Durata
- 3:38
- Tempo
- 178
- Album
- RELAX
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