Vasco Rossi
domenica 30 agosto 2026 · 4 min
Un disco del 1996 che cammina piano, sbanda, si rialza. L'ho riascoltato questa settimana e ho trovato cose che a vent'anni non potevo sentire.
Me l’ha rimesso davanti una copia usata in un mercatino domenicale — copertina un po’ sbiadita, prezzo ridicolo, due euro. L’ho comprata per inerzia, poi l’ho messa su in macchina tornando a casa. E lì ho capito che non lo riascoltavo per intero da anni. Pezzi singoli sì, «Sally» ovviamente, qualche passaggio in radio. Ma il disco come oggetto, dall’inizio alla fine, no.
L’album esce il 28 ottobre 1996, si chiama ufficialmente «Nessun pericolo… per te», ma tutti lo chiamano «Sally» — ed è giusto così, perché quel brano è il centro gravitazionale di tutto. Gli arrangiamenti sono di Celso Valli, e si sente una mano che tiene insieme cose che altrimenti rischierebbero di andare ognuna per conto suo. Perché questo è un disco che non ha un suono unico: ha un umore unico, che è diverso.
Parto da «Sally» perché è inevitabile. A 101 BPM il pezzo cammina — non corre, non si trascina. C’è uno spazio largo tra ogni colpo di cassa e il successivo, e in quello spazio ci sta tutta la storia di questa donna. Vasco ha raccontato di averla scritta di getto, su una barca a Saint-Tropez, dopo una serata in un locale pieno di donne bellissime. E col tempo ha ammesso che Sally è anche lui — il che cambia tutto. «Sally cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra / Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra» — sono versi che funzionano perché non spiegano niente. Descrivono una postura, una stanchezza fisica, e tu ci metti dentro quello che vuoi. La produzione è pulita ma non fredda: la chitarra acustica tiene il centro, le tastiere restano larghe e basse, la voce di Vasco è insolitamente trattenuta. Non urla. Quasi sussurra in certi passaggi. E quando il pezzo arriva alla parte finale — quella in cui Sally trova dentro di sé la forza per andare avanti — non c’è un’esplosione, c’è un’apertura. Come una finestra che si apre piano.
Ma il disco non è solo «Sally». C’è «Rewind», che ha un’energia completamente diversa — più nervosa, più elettrica, con una chitarra che taglia dritto nella strofa senza aspettare il ritornello. È il pezzo che ti tiene sveglio nel mezzo dell’album, quello che non ti lascia sprofondare nella malinconia. E poi c’è «Rachi», un brano che all’epoca è passato quasi inosservato e che invece — riascoltandolo adesso — ha una struttura strana, più libera, con un arrangiamento di Celso Valli che lascia respirare le pause. Nel 2002 l’hanno recuperato per la raccolta «Tracks», e nel 2009 ne è uscita una versione live per «Tracks 2», segno che qualcuno a quel brano ci teneva.
Quello che mi colpisce dell’album intero è l’arco. Si apre con una tensione contenuta, esplode a metà, poi si ritrae. Non è un disco che vuole convincerti di qualcosa. È un disco che racconta — a volte bene, a volte in modo meno riuscito — cosa succede quando una persona smette di lottare contro tutto e comincia a guardarsi dentro. Vasco nel ‘96 aveva quarantaquattro anni, era passato attraverso tutto quello che sappiamo, e qui non recita il ruolo del rocker dannato. Fa qualcosa di più raro: si ferma.
Non tutti i pezzi reggono allo stesso modo. Alcune tracce suonano più come riempimento che come necessità — e questo è il limite del disco. Ma «Sally» da sola vale il prezzo di quei due euro al mercatino, e l’album che le sta intorno le dà un contesto che il singolo da solo non ha. Ascoltata dopo «Rewind», dopo «Rachi», dopo tutto il resto, «Sally» pesa di più. Arriva con addosso il peso di tutto quello che l’ha preceduta.
È un disco imperfetto. Ma le cose imperfette, quando sono oneste, durano più a lungo di quelle levigate. Questo dura da quasi trent’anni. Direi che ha funzionato.
Scheda tecnica
- Durata
- 4:45
- Tempo
- 101
- Album
- The Singles Collection: Limited Tour Edition
- Anno
- 2007
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