MACE
domenica 2 agosto 2026 · 3 min
Sedici tracce, quindici delle quali affidate a qualcun altro, e un finale strumentale di otto minuti che rimette tutto in discussione. Il terzo disco di Simone Benussi non è una compilation di featuring: è una stanza piena di strumenti dove ognuno entra e trova già l'aria calda.
Il velo. È l’immagine che regge tutto il disco e arriva solo alla fine, nel titolo dell’ultima traccia — otto minuti strumentali che chiudono Māyā senza una sola parola. Ci arrivo dopo. Perché il velo, in sanscrito, è l’inganno: ciò che copre la natura vera delle cose. E Mace costruisce un disco intero di gente che prova a sollevarlo, ognuno con i suoi mezzi, quasi tutti fallendo.
Si apre con «VIAGGIO CONTRO LA PAURA», Joan Thiele e Gemitaiz che si passano il microfono su un tappeto che non ha fretta di diventare beat — e già lì capisci il metodo: le voci non arrivano su un’istrumentale finita, sembrano dentro la stanza mentre la stanza suona. Mace ha raccontato di aver lavorato circondato da sintetizzatori, strumenti indiani, fiati, arpe, percussioni africane, dicendo che si sentivano come i Pink Floyd a Pompei. Retorica alta, d’accordo. Ma nel disco si sente: la coda di «RUGGINE», con chiello e Coez che si sciolgono uno nell’altro finché non capisci più chi canta cosa, funziona solo perché sotto c’è qualcosa che respira e non un loop.
Poi il disco si sporca. «PRAISE THE LORD» mette insieme Guè, Noyz Narcos e Tony Boy e per tre minuti Māyā smette di filosofeggiare e picchia — è il momento più brutto e più necessario, quello che impedisce al resto di galleggiare. Subito dopo «FUOCO DI PAGLIA» con Mengoni, Frah Quintale e Gemitaiz riporta tutto verso l’alto, e la sequenza funziona proprio per il contrasto: sporco, poi pulito, poi «NUOVO ME» che prova a tenere insieme le due cose e ci riesce a metà.
Quello che mi convince meno è il centro. «SOLO UN UOMO» con Altea sfiora i cinque minuti e non sa bene dove andare, e «MENTRE IL MONDO ESPLODE» — Marco Castello ed Ele A, accoppiata che sulla carta mi entusiasmava — resta un’idea più che un pezzo. Sono i momenti in cui il metodo di Mace si vede troppo: la stanza piena di strumenti, le porte aperte, ma nessuno che decida.
Mi riscatta il finale. «STRANO DESERTO» con Cosmo e Rareș è la cosa più strana qui dentro, obliqua, quasi danzabile senza mai concedere il ballo, e da lì si scivola nei otto minuti de «IL VELO DI MĀYĀ» dove Mace toglie tutte le voci. Tutte. Dopo quindici tracce costruite sugli altri, si prende l’ultimo movimento per sé, e la scelta dice più di qualsiasi intervista: il disco parlava di illusione e la prima illusione era che servissero i nomi.
Uscito il 5 aprile 2024 per Island, Māyā è il terzo disco di Simone Benussi e resta il suo più ambizioso — e il più sbilanciato. Non è un disco che funziona tutto. Ma le tre o quattro volte che centra il bersaglio, centra qualcosa che in Italia nessun altro produttore sta nemmeno provando a mirare.
Scheda tecnica
- Anno
- 2024
- Durata
- 124:51
- tracce
- 31
Ricevi i post per email
Niente spam. Un post al giorno, se ti va.