Cover dell'album The Razors Edge di AC/DC
#094 ◆ Album della settimana

Un disco ascoltato a fondo questa settimana

AC/DC — The Razors Edge

Foto dell'artista AC/DC

AC/DC

domenica 9 agosto 2026 · 4 min

Un disco in cui i fratelli Young non nominano mai il vuoto lasciato dietro di loro, eppure suonano come se dovessero riempirlo a martellate. Dodici tracce, quarantasei minuti, zero confessioni.

Nessuno, in quarantasei minuti, dice mai cos’era successo. Il disco precedente aveva lasciato gli AC/DC in una zona grigia — batterista fuori, chitarrista ritmico che si assenta, l’idea che la band fosse un residuato degli anni Ottanta entrata nei Novanta con il fiatone. In “The Razors Edge” non c’è una riga che ammetta niente di tutto questo. Non c’è ripensamento, non c’è bilancio, non c’è la traccia lenta in cui Brian Johnson guarda indietro. E proprio l’assenza è il punto: il disco è la risposta a una domanda che non viene mai formulata ad alta voce.

La risposta è l’arpeggio di Thunderstruck. Quella figura di Angus Young sulle corde a vuoto che parte da sola, senza batteria, senza basso, e va avanti per mezzo minuto buono prima che entri qualcosa — è la cosa più spavalda che gli AC/DC abbiano inciso dopo il 1980. Non c’è riff, in senso stretto. C’è una mano destra che non si ferma. Poi il coro maschile che scandisce «thunder» come una squadra di rugby negli spogliatoi, e solo allora il pezzo diventa una canzone. Aprire un disco così significa dire: siamo qui, non siamo stanchi, non chiedete altro.

Il resto della sequenza lavora per contrasto. Fire Your Guns arriva subito dopo, due minuti e cinquantatré, la traccia più corta del disco, tirata via apposta per non far sedimentare l’euforia. Moneytalks invece rallenta e sorride — è il pezzo più pop che abbiano mai messo su un album, con quel ritornello che chiunque può cantare al primo ascolto, e infatti fu il secondo singolo. Poi la title track, e qui il disco cambia temperatura: The Razors Edge è quasi minacciosa, il tempo si fa pesante, la chitarra lavora su un riff che gira su sé stesso invece di esplodere. È la traccia più scura dell’album e non a caso gli danno il nome.

Da lì in poi la scaletta si assesta su un livello che è difficile chiamare memorabile ma è impossibile chiamare debole. Mistress for Christmas è una scemenza — Johnson che fa il porco sotto l’albero, testo da sghignazzo da pub — eppure il boogie funziona, il gruppo ci crede. Are You Ready ha una cassa in quattro e un coro che sembra costruito per gli stadi americani, e infatti in America il disco andò benissimo. Got You by the Balls e Shot of Love sono AC/DC al loro mestiere: nessuna sorpresa, esecuzione impeccabile. E poi c’è Goodbye and Good Riddance to Bad Luck, penultima, che nel titolo dice più di tutto il resto del disco messo insieme: addio e buona liberazione alla sfortuna. Ecco l’unico momento in cui ammettono che la sfortuna c’è stata. Tre minuti e tredici, buttati lì in fondo alla scaletta dove nessuno li nota.

Quello che tiene in piedi tutto è il suono. Produzione che spinge la chitarra ritmica al centro e la tiene lì, secca, senza riverbero, con il basso di Cliff Williams che non fa una nota fuori posto per tutto il disco. È un album registrato da gente che sa esattamente quanto poco serve. Nessuna tastiera, nessun ospite, nessuna concessione al decennio che stava cominciando — nel 1990, mentre mezza scena hard rock si impiastricciava di ballate acustiche e produzioni gonfie, questi tirano fuori dodici pezzi che potrebbero stare su un quarantacinque giri del 1976.

Non è il loro disco migliore e non credo lo sia mai stato per nessuno. La seconda metà scivola via senza lasciare segni profondi, e tre o quattro pezzi sono lì per fare numero. Ma è il disco in cui una band che tutti davano per finita si è rimessa in piedi senza spiegare niente a nessuno, e questo, per me, conta più di qualche traccia dimenticabile.

Scheda tecnica

Anno
2003
Etichetta
Epic
Durata
46:33
tracce
12
#cantautorato#anni 90#italia#ac/dc

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