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Artista della settimana: Chumbawamba

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Chumbawamba

domenica 23 agosto 2026 · 3 min

Nati nelle case occupate di Leeds nel 1982, i Chumbawamba sono stati molto più di una band con un singolo radiofonico. Trent'anni di anarchia organizzata, attraverso punk, folk e persino la EMI.

C’è un momento in «Tubthumping» — il singolo del 1997 che li ha resi famosi ovunque — in cui la melodia è talmente semplice, talmente rotonda e popolare, che ti dimentichi cosa stai ascoltando. Poi torna il ritornello: «I get knocked down, but I get up again / you are never gonna keep me down». E lì capisci che non è un inno da stadio: è una dichiarazione politica travestita da canzone da pub. I Chumbawamba sapevano esattamente cosa stavano facendo.

Nati nel 1982 nella comunità squat di Leeds — Armley, per essere precisi — si sono formati in quel crogiolo di anarcho-punk britannico che aveva in Crass e Subhumans i suoi punti di riferimento. Per i primi anni hanno vissuto coerentemente con quello che suonavano: niente contratti con le major, etichetta propria chiamata No Masters, testi che prendevano di mira Margaret Thatcher con la stessa sistematicità con cui Thatcher prendeva di mira i minatori in sciopero. Era musica fatta da persone che abitavano le loro idee, non che le esibivano.

Quindi nel 1997 firmano con la EMI e pubblicano «Tubthumper». La mossa ha fatto storcere il naso a metà del movimento punk britannico. L’altra metà ha capito il calcolo: usare la distribuzione della major per portare dentro le case di milioni di persone un testo che di mainstream non aveva nulla. E poi — questo è il dettaglio che mi piace di più — quando una multinazionale americana ha usato «Tubthumping» in uno spot senza autorizzazione, il risarcimento ottenuto è andato interamente a Indymedia e CorpWatch, due organizzazioni di attivismo anti-corporativo. I Chumbawamba non hanno intascato un centesimo. Era coerenza, non marketing.

Ma ridurli a «Tubthumping» sarebbe un errore che non mi perdonerei. Quello che mi ha fermato davvero, ascoltando indietro la loro discografia, è quanto sapessero cambiare forma senza perdere il centro. C’è un lato folk — Louise Watts e Jude Abbott portavano dentro il collettivo una sensibilità melodica che non aveva niente di punk — che emerge in certi pezzi con una pulizia disarmante. Cinque voci che si intrecciano, un arrangiamento che improvvisamente si alleggerisce, e sotto rimane sempre quel fastidio verso il potere che non si negozia.

«Amnesia», sempre da «Tubthumper», è il pezzo che consiglio a chi vuol capire cosa fossero davvero. Ha un groove dance — basso che spinge, ritmo che non lascia scampo — ma il testo è un’accusa diretta a chi dimentica le origini di classe: «Do you remember the 1970s? / When workers had the power?». La produzione è tesa, il BPM cammina spedito senza mai correre, e quella voce che sale sul bridge — netta, quasi infastidita — non lascia molto spazio all’interpretazione.

Se non li hai mai ascoltati, inizia da «Tubthumper» intero, non dal singolo isolato. Poi, se reggi, torna indietro agli anni Ottanta e guarda cosa facevano prima che qualcuno sapesse il loro nome.

Si sono sciolti nel 2012 con un comunicato sul sito ufficiale. Trent’anni dopo Leeds, senza un addio rumoroso. Mi sembra perfettamente in carattere.

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