Cover dell'album Parlami di Mezzosangue
#065 Album della settimana

Un disco ascoltato a fondo questa settimana

Mezzosangue — Tree - Roots & Crown

Foto dell'artista Mezzosangue

Mezzosangue

domenica 12 luglio 2026 · 4 min

Un disco che si muove tra radici e corona, tra introspezione feroce e momenti di nudità totale. Tree - Roots & Crown è il lavoro più esposto di Mezzosangue, e Parlami ne è la chiave di volta.

Ho rimesso su questo disco per caso, cercando altro. Stavo scorrendo una playlist vecchia e mi è caduto l’occhio su “Tree - Roots & Crown” — gennaio 2018, Mezzosangue. Non lo riascoltavo per intero da almeno due anni. Mi sono detto: tutto, dall’inizio, senza saltare niente. E l’ho fatto due volte in questa settimana.

Luca Ferrazzi, romano, classe 1991, ha sempre avuto questa cosa: scrive come se stesse parlando a qualcuno che non c’è nella stanza. O meglio, come se stesse parlando a qualcuno che c’è ma non risponde. “Tree - Roots & Crown” è costruito interamente su questa tensione — un disco che si divide già nel titolo tra ciò che sta sotto e ciò che sta sopra, tra le radici e la corona, tra quello che sei e quello che mostri.

La struttura dell’album non è casuale. Le tracce della prima metà hanno un’energia più densa, più compressa — il rap è serrato, le produzioni spingono, c’è rabbia trattenuta che cerca una forma. Poi il disco rallenta, si apre, respira diversamente. È come se Mezzosangue scendesse piano piano dalla testa allo stomaco. E quando arrivi alla parte finale, sei in un territorio completamente diverso da dove eri partito.

Il punto di svolta per me è sempre stato “Parlami”, la bonus track. Un pezzo a 80 BPM con un’acusticità altissima — l’82% — che si sente tutta: non c’è quasi niente tra la voce e te. La produzione è spoglia, volutamente. Niente strati, niente effetti a coprire. Rimane la voce, rimane il beat che pesa lento, e rimane questo dialogo con il proprio io interiore che è la cosa più esposta che Mezzosangue abbia mai registrato. È un brano malinconico con note di rimpianto, scritto — e questo si percepisce — con una sincerità che non ha rete di protezione. Quando la voce si ferma sulle pause tra una barra e l’altra, quei silenzi dicono quanto le parole.

Ma sarebbe un errore ridurre il disco a “Parlami”. Le tracce che vengono prima costruiscono il contesto senza il quale quella chiusura non avrebbe lo stesso peso. Nella prima parte dell’album il rap di Mezzosangue è quello che ti aspetti — tecnico, denso, con quel flow che non concede spazio. È hardcore rap nel senso più letterale: duro al centro, senza compromessi. Poi c’è una zona intermedia dove il disco cambia pelle — i BPM scendono, le barre si allungano, il tono si fa più riflessivo. È lì che “Tree” smette di essere un album rap e diventa qualcosa di più personale.

Quello che mi colpisce riascoltandolo adesso, nel 2025, è quanto poco questo disco cerchi di piacerti. Mezzosangue non fa concessioni — non c’è il singolo radiofonico, non c’è il featuring strategico, non c’è il momento costruito per i social. C’è un disco che va da un punto A a un punto B seguendo una logica interna che è solo sua. Le radici e la corona non sono una metafora decorativa: sono la struttura portante di tutto il lavoro. Parti dal basso — aggressività, difesa, muri — e arrivi in alto, dove non c’è più niente a proteggerti.

Nel panorama del rap italiano del 2018, questo disco è passato senza fare il rumore che meritava. Forse perché Mezzosangue non è mai stato uno che cerca il rumore. Il suo pubblico lo sa, lo segue per questo. Ma chi non l’ha incrociato allora, farebbe bene a recuperarlo adesso — non perché sia invecchiato bene, ma perché non è mai stato legato al suo tempo. È un disco che poteva uscire tre anni prima o tre anni dopo e sarebbe suonato uguale.

Due ascolti questa settimana non bastano. Ma bastano per ricordarmi perché l’avevo messo da parte con cura la prima volta.

Scheda tecnica

Durata
2:51
Tempo
80
Album
Tree - Roots & Crown
Anno
2019
#anni 2010#mezzosangue#acustico

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