Giuse The Lizia
domenica 19 luglio 2026 · 3 min
Un disco che si chiama INTERNET e poi passa tutto il tempo dentro stanze da due persone. La svolta è a metà, quando entra Mecna e il disco smette di correre.
La svolta è alla sesta traccia. Fino a lì INTERNET corre con un passo compatto, canzoni da due minuti e mezzo, tre al massimo, ritornelli che arrivano presto perché sanno di dover arrivare presto. Poi parte “Tonight gospel”, Mecna entra, e il disco si siede. Tre minuti e quarantadue: è il pezzo più lungo della prima metà, e si sente che è lungo — non perché sia dilatato, ma perché è il primo momento in cui Giuse smette di avere fretta. Da lì in poi nessuna traccia scende sotto i tre minuti. È una scelta di sequenza, non un caso: il disco accelera per dieci minuti e mezzo e poi decide di fermarsi a guardare.
E qui va detta la cosa che mi ha tenuto attaccato a questo disco, che è una sola e la dico chiara: INTERNET non parla di internet. Si chiama così, esce il 18 ottobre 2024, arriva dopo CRUSH, ed è il disco di un ventiduenne di Bagheria che dovrebbe raccontare l’era digitale — e invece è un album di stanze piccole. Ogni canzone è rivolta a una persona sola. “x te che mi conosci così bene” lo dichiara già nel titolo, e “scs” — che leggo come una scusa accorciata, il modo in cui si chiede scusa quando scrivere la parola intera farebbe troppo male — è la stessa cosa detta con tre lettere. Nessuna folla, nessun feed, nessuna metafora sul like. Il titolo è un’ambientazione, non un tema.
Confesso una diffidenza mia: i dischi con titoli-concept sulla connessione, sui vent’anni, sull’essere smarriti, di solito mi fanno alzare il sopracciglio prima ancora di premere play. Sono la scorciatoia più comoda del cantautorato italiano degli ultimi cinque anni — ti dà un tema, ti dà un pubblico, ti risparmia la fatica di scrivere una canzone su una cosa precisa. Giuse la scorciatoia non la prende. Le sue canzoni sono su una persona, un pomeriggio, una frase detta male. “Piccoli piccoli”, con centomilacarie, funziona proprio perché il titolo non allarga, restringe: siamo piccoli, e la canzone non cerca di consolarci per questo.
L’arco è costruito bene. “Direzione” e “Flash” aprono con la sensazione di chi si sta muovendo senza sapere dove, “Give me love” e “Radical” tengono alta la temperatura, e il baricentro cade esattamente dove deve — a metà, con i due ospiti messi uno dietro l’altro, quinta e sesta traccia, come una cerniera. La seconda metà è più lenta e più nuda: “Solo un’idea”, “Baby”, il finale di “Persi da un po’” che a quattro minuti e mezzo è il pezzo più lungo del disco e si prende il tempo di non chiudere niente. È la scelta giusta. Un album che dura trentacinque minuti in tutto può permettersi un finale che si allunga, perché nessuno ha ancora guardato l’orologio.
Quello che non mi convince del tutto è il centro melodico: alcune linee vocali si assomigliano troppo tra la terza e la quinta traccia, e se ascolti il disco distratto rischi di sentirlo come un unico pezzo da undici movimenti. Lo scrivo e mi accorgo che forse è anche il punto — un flusso, appunto, come lo scorrere di una schermata. Ma non credo sia intenzionale fino in fondo.
Resta comunque il disco italiano di quest’anno che ho riascoltato più volentieri per intero. Non perché dica qualcosa di nuovo sui vent’anni, ma perché non prova a dirlo: prova a dire qualcosa a qualcuno, e quella è una cosa molto più difficile.
Scheda tecnica
- Anno
- 2024
- Durata
- 35:35
- tracce
- 11
Ricevi i post per email
Niente spam. Un post al giorno, se ti va.