Foto dell'artista George Benson
#084 Artista della settimana

Chi è, cosa ha fatto, perché lo ascolto

Artista della settimana: George Benson

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George Benson

domenica 26 luglio 2026 · 3 min

Pittsburgh, 1943. Una chitarra Ibanez e una voce che fa esattamente quello che fa la chitarra — spesso nello stesso momento. George Benson è uno dei pochi musicisti che ha convinto sia i puristi del jazz sia le radio pop, e questa è una cosa che non si fa per caso.

C’è un momento in «This Masquerade» — brano che Benson incise per la Warner Bros. e con cui vinse il Grammy nel 1977 — in cui la voce e la chitarra si inseguono all’unisono sulla stessa linea melodica. Non è un effetto, non è un trucco: è lo scat portato dentro una canzone pop, la tecnica che Benson aveva affinato negli anni con Jack McDuff, l’organista con cui aveva cominciato a suonare da ragazzo nel circuito jazz. Quella sovrapposizione di voce e strumento è il centro di tutto. È lì che capisci con chi hai a che fare.

Benson nasce nel 1943 nel Hill District di Pittsburgh, Pennsylvania — un quartiere con una storia musicale densa, e lui ne assorbe tutto quello che può. I suoi riferimenti dichiarati sono Wes Montgomery e Charlie Christian: due chitarristi che hanno ridefinito il rapporto tra jazz e velocità, tra melodia e improvvisazione. Non è un’influenza di facciata. La si sente nel modo in cui Benson costruisce gli assoli: puliti, mai esibizionisti, con una logica interna che tiene anche quando la struttura intorno diventa più pop.

Il primo album lo incide nel 1964, a ventun anni, con McDuff stesso: si chiama «The New Boss Guitar» ed è ancora jazz strumentale puro. Poi arriva il disco con la George Benson Quartet — «It’s Uptown» — con Lonnie Smith all’organo e Ronnie Cuber al baritono. Siamo ancora lontani dalle radio, ma la firma sonora è già riconoscibile: una chitarra che respira, che lascia spazio, che non ha bisogno di riempire ogni silenzio.

Il salto arriva con «Breezin’» nel 1976 per la Warner Bros. e con la produzione di Tommy LiPuma. «Give Me the Night» — prodotto da Quincy Jones nel 1980 — è quello che lo porta ovunque: un groove di funky sofisticato, il basso che cammina senza fretta sotto una chitarra che commenta più che solista. A 111 BPM circa il pezzo non corre mai, lascia che ogni elemento respiri. È musica che sa dove vuole arrivare e non ha nessuna urgenza di arrivarci in fretta.

«Turn Your Love Around» è l’altro brano che mi fermo a sentire ogni volta. C’è un punto, subito dopo il secondo ritornello, in cui la chitarra entra in dialogo con i fiati e per qualche secondo non capisci più chi sta conducendo. Non è caos — è precisione travestita da improvvisazione. Benson fa questa cosa con una naturalezza che, a pensarci, è quasi irritante.

Per chi non lo ha mai ascoltato, direi di partire proprio da «Breezin’» — l’album, non solo il singolo. È un disco che tiene insieme jazz strumentale e accessibilità pop senza svendere né l’uno né l’altra, e questo equilibrio, nel 1976 come adesso, è tutt’altro che scontato. Poi si può andare a ritroso, verso il Benson con McDuff, e capire da dove viene quella padronanza dello strumento.

Ciò che mi interessa di Benson — e che secondo me dovrebbe interessare anche a te — non è la carriera, non i Grammy, non la stella sulla Hollywood Walk of Fame. È il fatto che ha trovato un modo di essere riconoscibile in qualsiasi contesto suonasse: jazz anni Sessanta, funk anni Settanta, pop anni Ottanta. La chitarra Ibanez e quella voce che la segue passo passo. Non molti ci riescono senza perdere qualcosa per strada.

#george benson

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