Daniele Silvestri
lunedì 13 luglio 2026 · 2 min
Non è una canzone sulla rinascita. È una canzone su quanto è difficile anche solo alzarsi.
«E invece sto sdraiato / senza fiato / sfatto come il letto su cui prima m’hai lasciato» — e lì, in quella rima sciatta e perfetta, c’è tutto. Non la malinconia elegante del cantautorato d’autore, non il dolore sublimato in metafora. C’è qualcuno sul pavimento che paragona se stesso a un tagliolino al pesto troppo cotto. Silvestri porta a Sanremo nel 2002 questa cosa strana: una canzone sul crollo che suona come un inno.
Il trucco è nel contrasto tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si riesce a fare. Le strofe costruiscono ipotesi grandiose — il vulcano, il ghiacciaio tibetano, il sorriso «come De Niro, ma più indiano» — e poi ogni volta il ritornello smonta tutto con un «e invece». Non è ironia fine a se stessa. È il meccanismo esatto con cui la mente sopravvive a un abbandono: immaginare scenari impossibili perché il reale è troppo pesante da reggere.
Quello che mi ha sempre fermato è la parte finale, quella che di solito si dimentica. «Più giù di così / non si poteva andare / più in basso di così / c’è solo da scavare / per riprendermi / per riprenderti / ci vuole un argano a motore.» Un argano a motore. Non forza di volontà, non tempo che guarisce — macchinari pesanti, industria. Come se risalire fosse un lavoro di cantiere, non di crescita personale.
Il titolo ripetuto fino alla fine — «lontano, lontano, lontano» — non suona come una promessa. Suona come qualcuno che si convince a voce alta. E questa è la cosa che fa funzionare il pezzo ancora oggi: non risolve niente, non promette niente. Dice solo che prima o poi si riparte, senza sapere ancora bene quando.
Scheda tecnica
- Durata
- 3:56
- Tempo
- 126
- Album
- Millennium Italia
- Anno
- 2002
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