J. Cole
giovedì 4 giugno 2026 · 2 min
Una cotta che dura anni, l'ego che sale, e Miguel che tiene tutto insieme: il singolo di San Valentino 2013 è più onesto di quanto sembri.
C’è una confessione sepolta a metà del secondo verso che mi ha sempre colpito più del ritornello: «Well this has got to be the longest crush ever». Non è lirica, non è poetica — è la cosa più imbarazzante che un uomo possa ammettere in un pezzo rap, e Cole la dice punto e basta, senza abbellirla.
Il contesto è tutto. «Power Trip» esce il 14 febbraio 2013 come singolo apripista di Born Sinner, scritto e prodotto interamente da Cole stesso — con un sample di Hubert Laws per i credits. Cole racconta anni di ossessione per una ragazza che non l’ha mai scelto: la conosce quando dormiva a casa della madre, poi in un appartamento da 1700 dollari al mese senza riscaldamento, poi firma con Jay-Z e d’un tratto la città è sua, i club che lo buttavano fuori adesso lo osannano, e lei è ancora lì nella sua testa. «The same clubs that I used to get tossed out / Life got crisscrossed, totally crossed out.» Il successo non ha risolto niente — ha solo reso il problema più ridicolo e più vero.
Miguel entra e fa il lavoro sporco: regge il ritornello con una leggerezza quasi stonata rispetto al peso di quello che Cole sta ammettendo, e funziona esattamente per questo. Quando la voce di Miguel sale su «would you believe me if I said I’m in love?», la domanda non è retorica — è genuinamente insicura. Quell’incertezza è il centro del pezzo.
La produzione cammina a 100 BPM senza mai accelerare, con un groove che lascia spazio tra ogni battuta — come chi parla cercando le parole. Cole usa quello spazio per dire cose che di solito il rap non dice: «I used to pop up on you at the mall each day». Non è cool. È esattamente questo il punto.
Scheda tecnica
- Tempo
- 100
- Etichetta
- Dreamville
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