Cover dell'album Cuore sangue sentimento di Drone126
#040 ◆ Album della settimana

Un disco ascoltato a fondo questa settimana

Drone126 — Cuore sangue sentimento

Foto dell'artista Drone126

Drone126

domenica 21 giugno 2026 · 3 min

Un disco di beat che non alzano mai la voce, con mezza Love Gang a passarsi il microfono. Undici tracce in trentuno minuti: dove sta il sangue promesso dal titolo.

Il titolo dice cuore, sangue, sentimento. Tre parole pesanti, messe in fila come un giuramento. Poi parte «Lambrusco» e quello che ti arriva addosso non pesa niente: un tappeto morbido, Franco126 che entra già a metà di una frase, come se la canzone fosse cominciata prima che tu premessi play. Lo scarto è tutto lì. Le parole promettono una ferita, il suono ti offre un divano.

E invece funziona proprio per questo. Drone126 costruisce stanze, non cornici. Non sottolinea mai quello che dicono gli altri — li contiene. Nessuna traccia qui arriva a fare la sua entrata trionfale: i beat cominciano già in corso e finiscono prima di aver detto l’ultima parola. Undici pezzi, trentuno minuti. Solo «Mille scuse» supera i quattro minuti, in chiusura, e sembra una concessione: l’unico momento in cui il disco si permette di respirare fino in fondo.

La sequenza è la cosa più intelligente. Si apre in coppia — un ospite per volta, Franco su «Lambrusco», Pretty Solero su «Pretty De Niro» — e poi al quarto pezzo si apre la porta e entrano tutti. «CXXVI» è il centro geometrico: Ketama126, Pretty Solero, Ugo Borghetti, Asp126, Franco126, tutti su tre minuti e dodici, ognuno che passa il microfono al successivo senza spiegazioni. Dopo quella traccia il disco cambia temperatura. «Poliabusatore» e «Non a me» sono più ruvide, più corte, più strette; su «2008» arriva Chicoria e il contrasto generazionale fa da spina dorsale a tutta la seconda metà — la voce di uno che quella Roma la raccontava già quando gli altri avevano sedici anni. Poi «Caffè Illy» con Asp126 quasi disinnesca tutto, e si torna a casa.

Quello che tiene insieme le undici tracce non è un tema, è una frequenza. Drone lo ha detto meglio di quanto potrei fare io: «Questo mio disco è anche un riassunto di quello che è il gruppo in questo momento e riflette la nostra vita comune, che è segnata da sentimenti forti in tutti i sensi.»

Riassunto. La parola giusta è quella. Non un manifesto, non una dichiarazione: una fotografia di gruppo fatta senza mettersi in posa.

Il punto è che il sentimento del titolo non sta nei beat — sta nel modo in cui Ketama piega certe sillabe come se pronunciarle gli costasse qualcosa, in quel modo di strascicare che su «Buono a nulla» diventa quasi una resa. Piero Baldini, nato a Latina nel ‘92, ha una voce che non vuole convincere nessuno, e questo su una produzione così poco invadente diventa un vantaggio enorme: nessuno lo spinge, nessuno lo copre.

O forse no, forse è più semplice di come lo sto raccontando. Forse Drone ha solo capito prima degli altri che nel 2018 a Roma non serviva alzare il volume. Serviva fare posto. Scrivo che i beat non decorano, e mi accorgo che non è del tutto vero — «La danza dei soldi» ha un titolo da inno e un incedere che invece si trascina, e quella distanza tra titolo e passo è una scelta precisa, quasi ironica. Quindi sì, decora. Decora al negativo.

Limite grosso: chi cerca varietà non la trova. Le palette sono vicine, i tempi sono vicini, e messo in sequenza il disco rischia di diventare un unico pezzo di mezz’ora. C’è chi lo considera un difetto. A me sembra il progetto.

È il miglior disco di produttore uscito da quel giro, e lo dico sapendo che è impopolare preferirlo ai dischi solisti dei suoi ospiti. Ma quelli li ascolto per le voci. Questo lo ascolto per lo spazio tra le voci.

Scheda tecnica

Durata
31:18
tracce
11
#anni 2010#drone126

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