Slowdive
domenica 30 agosto 2026 · 3 min
Un pugnale come ultima immagine, dopo quaranta minuti di riverbero. Souvlaki è il disco che gli Slowdive hanno fatto mentre tutti in Inghilterra avevano smesso di ascoltarli — e resta il loro più nitido.
Un pugnale. È l’oggetto con cui il disco ti congeda: dopo trentasette minuti di riverbero, Dagger arriva con una chitarra acustica secca, senza alone, la voce di Neil Halstead in primo piano e niente che la copra. Dopo tutto quello che c’è stato prima, sentire una corda pizzicata e il fruscio delle dita sul manico fa quasi male. Messa in fondo, quella traccia funziona come una cosa detta a luci accese, quando gli ospiti sono già usciti.
Bisogna ricordarsi dove nasce. Gli Slowdive si formano a Reading nel 1989, firmano per la Creation nel 1990, e con il debutto Just for a Day entrano nella top forty inglese portati in trionfo da una stampa musicale che tre anni dopo li avrebbe demoliti. Souvlaki esce il 17 maggio 1993: momento sbagliato, paese sbagliato. E nel frattempo, dentro la band, era finita la storia tra Halstead e Rachel Goswell. Non c’è un solo pezzo qui che non lo sappia.
Si apre con Alison, che è la cosa più diretta che abbiano scritto: le chitarre entrano tutte insieme come un’onda, la batteria di Simon Scott tiene il tempo senza mai spingere, e le due voci si sovrappongono fino al punto in cui non capisci più chi sta cantando cosa. È una scelta, non un difetto di missaggio. Subito dopo, Machine Gun rallenta tutto — il titolo promette violenza e arriva invece un pezzo che sembra sciogliersi mentre suona. Poi 40 Days rimette in piedi la struttura pop, ed è l’unico momento in cui il disco accelera davvero il passo.
La sequenza centrale è la ragione per cui ci torno. Sing sussurrata, Here She Comes che dura appena due minuti e diciassette e funziona come una stanza di passaggio, e poi Souvlaki Space Station: sei minuti in cui le chitarre sembrano registrate al rovescio e la canzone smette di essere una canzone per diventare uno spazio. È il punto più astratto del disco e sta esattamente dove serve, prima di When the Sun Hits, che è il pezzo in cui tutto si allinea — il riff che sale, il ritornello che invece di esplodere si allarga. Chi ha copiato gli Slowdive negli ultimi vent’anni ha copiato quei quattro minuti e quarantacinque.
Digressione di una frase: souvlaki vuol dire spiedino, letteralmente piccolo spiedo, cibo da strada greco venduto all’angolo — un titolo scemo, volutamente antieroico, appiccicato al disco più dolente della loro discografia.
Poi Altogether e Melon Yellow chiudono il cerchio riportando la temperatura verso il basso, e arriva il pugnale. Quaranta minuti e trentatré secondi in tutto: nessun riempimento, nessuna traccia che potresti togliere senza sbilanciare le altre. È un disco che si ascolta come un unico movimento con dieci respiri diversi, e la cosa che mi convince di più è quanto sia poco compiaciuto: non c’è mai un momento in cui la band ti chiede di notare quanto è bella la produzione.
Si sono sciolti nel 1995, due anni dopo, e hanno aspettato il 2014 per tornare. Nel mezzo, mezzo mondo indie ha imparato a suonare così. Souvlaki per me non è il disco shoegaze definitivo — quello resta altrove — ma è quello più abitabile, l’unico in cui il muro di chitarre lascia entrare una persona invece di seppellirla. Trent’anni dopo suona meno datato di quasi tutto ciò che nel 1993 lo aveva scavalcato nelle recensioni.
Scheda tecnica
- Anno
- 1993
- Etichetta
- Creation Records
- Durata
- 40:33
- tracce
- 10
Ricevi i post per email
Niente spam. Un post al giorno, se ti va.