CCCP – Fedeli Alla Linea
domenica 5 luglio 2026 · 4 min
Il quarto e ultimo disco dei CCCP, uscito nel 1990 mentre la Germania si riunificava e il gruppo si scioglieva. Al primo ascolto sembra un addio disordinato; al quinto è la cosa più costruita che abbiano fatto.
Al primo ascolto mi era sembrato un disco che si sfalda. Undici minuti qui, nove e mezzo là, e in mezzo frammenti di quaranta secondi, di cinque secondi — “Appunti di un viaggiatore nelle terre del socialismo reale” dura meno di un respiro. Sembrava materiale di risulta messo in fila alla meglio da un gruppo che stava già chiudendo bottega. Al quinto ascolto ho capito che è il contrario: è la cosa più architettata che i CCCP abbiano mai fatto, e i frammenti non sono scarti, sono cerniere. Servono a respirare tra un blocco e l’altro. Senza “Sofia” e “In occasione della festa”, “Narko’$” e “Campestre I” si darebbero di gomito senza sapersi guardare.
La produzione è la vera notizia. Con l’ingresso in formazione di ex Litfiba il suono si è ingrassato: non c’è più il drum machine scarno e il chitarrone solitario dei primi dischi, c’è una band che occupa spazio. “Aghia Sophia” apre con quasi dieci minuti che stanno fermi per moltissimo tempo — il pezzo non va da nessuna parte, si accumula, e la chitarra di Massimo Zamboni gratta sopra un tappeto che non risolve mai. Poi “Al Ayam” e “Paxo De Jerusalem” portano dentro il Mediterraneo orientale, e “Campestre” porta dentro l’Emilia da balera, quella che loro chiamavano «musica melodica emiliana» quando ancora sembrava una battuta. Le due cose stanno nello stesso disco senza cercare una sintesi. È questo il punto.
I testi, per una volta, non stanno solo davanti alla musica: ci stanno dentro. “L’andazzo generale” è il Ferretti più asciutto, quello che guarda l’Italia che si sta preparando agli anni Novanta e non gli piace niente. “Depressione Caspica” è geografia ed è anche stato d’animo, e il gioco è troppo ovvio per non essere voluto. Poi c’è “Amandoti”, due minuti e cinquanta, sottotitolata «sedicente cover» — cover di cosa, poi, se non di sé stessa. Il pezzo d’amore più diretto uscito da un gruppo che si era autodefinito «punk filosovietico», e lo sanno tutti, e infatti l’hanno rifatta in venti. Ma messa lì, in ottava posizione, tra i frammenti e i blocchi lunghi, funziona come una finestra aperta in una stanza chiusa.
L’arco è dichiarato fin dal titolo: Epica, Etica, Etnica, Pathos, quattro sezioni. E il finale è la parte più spietata. “Maciste Contro Tutti” sono undici minuti e mezzo che non concedono niente, un pezzo che ti sfinisce di proposito, e solo dopo arriva “Annarella” a chiudere — pochi minuti, quasi una carezza, quasi una presa in giro. Mettere la carezza dopo lo sfinimento è una scelta di sequenza che al primo giro non vedi e al quinto ti sembra l’unica possibile.
È un disco di scioglimento. Lo scrivo e mi accorgo che non è del tutto vero: è un disco di trasloco. Il gruppo nasce a Berlino Ovest nel 1982 dall’incontro tra Ferretti e Zamboni, due della provincia di Reggio Emilia finiti là, e si chiude nel 1990 mentre la Germania si ricompone e il muro non c’è più. Il progetto non aveva più un nemico su cui appoggiarsi. Invece di fingere, lo hanno detto: si smonta tutto, si tengono i pezzi, si rimettono in un ordine nuovo. Da lì sarebbero usciti i C.S.I., e si sente già dove stanno andando — “Maciste” è quasi un provino di quello che sarebbero diventati.
Non è il disco dei CCCP che consiglierei a chi non li conosce: per quello ci sono i singoli degli anni Ottanta, più affilati e più corti. È però il loro disco più ambizioso, e l’unico in cui l’ambizione non gli si ritorce contro. Sessantasette minuti che pretendono attenzione e la meritano tutta.
Scheda tecnica
- Anno
- 2008
- Etichetta
- EMI
- Durata
- 67:13
- tracce
- 15
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