Philip Bailey
domenica 16 agosto 2026 · 4 min
Phil Collins produce, suona e canta su un disco che non è suo, e il risultato è un album degli anni Ottanta che sta in piedi molto più della sua hit più famosa.
Devo essere onesto: sono arrivato a Chinese Wall dalla porta sbagliata, come quasi tutti. Conoscevo «Easy Lover» da sempre — uno di quei pezzi che esistono nell’aria, che hai sentito mille volte prima di sapere chi li canta. Ma l’album intero non l’avevo mai ascoltato dall’inizio alla fine. Questa settimana l’ho fatto, due volte, e ho scoperto un disco che ha una sua logica precisa, anche se quella logica è quasi interamente nelle mani di un altro.
Il fatto centrale è questo: Philip Bailey — voce degli Earth, Wind & Fire, nato a Denver nel 1951, uno che ha cantato su dischi che hanno definito il funk e il soul degli anni Settanta — va da Phil Collins e gli chiede di scrivergli qualche ballad per il suo album solista. Collins accetta, ma fa molto di più: produce l’intero disco per Columbia Records, ci suona sopra, e su «Easy Lover» ci canta pure. Il risultato è un album del 1984 che suona come un disco di Phil Collins con la voce di Philip Bailey. E non è necessariamente un difetto — ma è una cosa che va detta.
L’apertura con «Photogenic Memory» mette subito le cose in chiaro: batteria gated enorme, riverberi lunghi, synth che occupano tutto lo spazio stereo. È il suono di Collins in quel periodo, riconoscibile in tre secondi. Bailey ci canta sopra con quel falsetto altissimo che è il suo marchio — e la tensione tra quella voce calda, quasi gospel, e la produzione fredda e meccanica è il vero motore del disco. Non si risolve mai del tutto, e secondo me è proprio lì che Chinese Wall diventa interessante.
«Walking on the Chinese Wall» — la title track — rallenta un po’ il passo rispetto all’apertura. C’è più spazio, il basso di Nathan East lavora su una linea quasi funk che ricorda da lontano il Bailey degli Earth, Wind & Fire. Ma poi arrivano quei pad sintetici e quel rullante compresso, e sei di nuovo nel 1984 più patinato possibile. Bailey prova a tirare il pezzo verso il soul, Collins lo tira verso il pop-rock da arena. Il risultato è un compromesso strano, che funziona più di quanto dovrebbe.
Poi c’è «Easy Lover». A 129 BPM il pezzo corre — energia altissima, valenza emotiva quasi al massimo. Il riff di synth-brass che apre tutto è uno di quei ganci che non ti molli più. Collins e Bailey cantano insieme, e la cosa che mi colpisce ogni volta è come le due voci siano in realtà molto simili nel registro medio, e si separino solo quando Bailey sale nel suo falsetto. Il testo è lineare — «she’s an easy lover, she’ll get a hold on you, believe it» — un avvertimento da amico ad amico su una donna che non puoi controllare. Niente di profondo, ma scritto con mestiere: Bailey, Collins e Nathan East hanno costruito una canzone che è tutta hook, dall’inizio alla fine, senza un secondo di riempimento. Il singolo arrivò al numero uno nel Regno Unito per quattro settimane e al secondo posto negli Stati Uniti, bloccato solo da «I Want to Know What Love Is» dei Foreigner. L’unico singolo di Bailey a entrare nella Top 40 americana da solista.
«Children of the Ghetto» è il pezzo che mi ha sorpreso di più. Bailey abbassa il falsetto, canta con una voce più piena, quasi parlata in certi passaggi. La produzione si alleggerisce — meno gate sulla batteria, più spazio per il piano elettrico. È il momento in cui senti davvero il Bailey che viene dal gospel e dal soul, non quello filtrato dalla macchina pop di Collins. C’è una nota lunga verso la fine, tenuta oltre il punto in cui ti aspetti che finisca, che è la cosa più emotiva di tutto il disco.
Il problema di Chinese Wall è che fuori da quei momenti, diversi pezzi si assomigliano troppo. La produzione è così dominante che alcune tracce nella seconda metà del disco si confondono tra loro — stesso tempo, stessa struttura, stesso muro di synth. Bailey ha una voce che potrebbe andare ovunque, e qui va quasi sempre nello stesso posto.
Ma nel complesso? È un disco migliore della sua reputazione. Non è solo «Easy Lover» più otto riempitivi. È un album che racconta cosa succede quando un cantante soul si mette nelle mani di un produttore pop al picco del suo potere — e il risultato è una tensione che a volte produce qualcosa di vero. Non sempre. Ma abbastanza.
Scheda tecnica
- Durata
- 5:02
- Tempo
- 129
- Album
- Essential 80’s
- Anno
- 2007
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