Barry White
mercoledì 30 settembre 2026 · 2 min
Un biglietto solo all'ingresso della discoteca, e tutto il resto del pezzo che finge di non saperlo.
Un biglietto. Uno solo. «One ticket, please» è la prima cosa che si sente, prima ancora della musica, e in quelle due parole c’è già tutto quello che il pezzo non dirà mai apertamente: ci va da solo. Poi la conferma buttata lì come una battuta fra amici all’ingresso — «she’s at home, yeah, she’s at home» — ripetuta tre volte, che è il modo in cui si ripetono le cose a cui non si crede.
Primo ascolto: mi era sembrato uno dei suoi pezzi da pista più convenzionali, archi lussuosi e poco altro, la formula Love Unlimited applicata col righello. Secondo ascolto ho cambiato idea. Perché la produzione qui fa una cosa precisa: non si ferma mai. Quel «on and on and on» ripetuto fino allo sfinimento non è riempitivo, è la paura che se la musica smette lui resta solo con sé stesso. «Let it play on, please, let it play on» — quel please alla fine è una supplica, non un vezzo.
E poi c’è la risata. «I think I’m gonna be alright, ha, ha, ha» — White ride sopra la propria bugia, e subito dopo ammette: «I know it’s make believe, but it’s the only hope for me».
Uscito a dicembre 1976 per la 20th Century, arrivò solo al 32 in Hot 100. Il re della disco che fa ballare qualcuno per non farlo pensare. Anche sé stesso.
Scheda tecnica
- Tempo
- 100
- Album
- Stand by Me: Eighteen Soul Classics, Volume 1
Ricevi i post per email
Niente spam. Un post al giorno, se ti va.