Mosè Cov
domenica 2 agosto 2026 · 2 min
Rapper milanese, un approccio diretto e dichiarato: niente storytelling, solo conversazione. Con 'Loyalty' ha fatto esattamente quello che ha promesso.
«Niente storytelling, il mio rap è vero» — Mosè Cov l’ha detto in un’intervista parlando di Loyalty, e quella frase mi ha incuriosito più del disco stesso. Perché è una posizione netta, quasi scomoda, in un momento in cui il rap italiano produce narrazioni costruite a tavolino con la stessa cura con cui si monta un trailer.
Mosè Cov è di Milano. Il nome viene dal biblico Mosè — in ebraico משה, legato semanticamente all’«estrarre dall’acqua» — e non so se sia una scelta consapevole o casuale, ma c’è qualcosa di appropriato nell’idea: tirare fuori qualcosa che stava sotto.
Quello che mi ha fermato di Loyalty è proprio il posizionamento sonoro che lui stesso descrive: «come se fossimo in auto a parlare del senso della vita». Non un album di personaggi, non una storia con arco narrativo. Una conversazione. Il che significa che ogni barra o regge da sola o non regge affatto — non c’è trama a tenerti, non c’è plot twist nel terzo atto.
Il problema con questa scelta è che richiede una voce che basti. Non un flow spettacolare, non una produzione che copra i vuoti — una voce che quando parla ti fa pensare che stia dicendo qualcosa di vero. Se ci riesce, Loyalty funziona. Se in qualche punto scivola nel generico, non ha niente a cui appigliarsi.
Non ho abbastanza dati per dirti cosa ascoltare per primo, non ho i testi, non conosco la tracklist. Quello che posso dirti è che la premessa — rap senza finzione, rap come conversazione reale — è la più difficile da mantenere. E che vale la pena verificare se l’ha mantenuta.
Ricevi i post per email
Niente spam. Un post al giorno, se ti va.