Cover dell'album LUMIERE ᯤ (con Izi, Ernia, Tony Boy, Digital Astro) di MACE
#087 ◆ Album della settimana

Un disco ascoltato a fondo questa settimana

Mace — Māyā

Foto dell'artista MACE

MACE

domenica 2 agosto 2026 · 3 min

Māyā è il terzo album di Mace, uscito per Island e Universal nell'aprile 2024. Un disco che si muove tra spiritualità e malinconia, con collaborazioni che funzionano quando non cercano di strafare.

Ho rimesso su Māyā una sera di questa settimana, quasi per caso — cercavo qualcosa di lento da tenere in sottofondo mentre cucinavo, e mi sono ritrovato seduto sul divano a non fare altro che ascoltare. Mi era successo la stessa cosa con OBE nel 2021, quel disco che Rolling Stone Italia aveva messo al quarto posto tra i migliori dell’anno: Mace ha questa capacità di crearti un ambiente intorno e poi chiuderti dentro.

Māyā è il suo terzo album, uscito il 5 aprile 2024 per Island e Universal, e rispetto a OBE si sente che il lavoro sugli spazi è diventato più consapevole — e forse, in qualche punto, anche più rigido. Il disco ha un’architettura precisa: le tracce si costruiscono l’una sull’altra come stanze di uno stesso edificio, e l’edificio è un tempio. Non lo dico come metafora facile: l’ambientazione spirituale è dichiarata, cercata, quasi imposta.

«Lumiere ᯤ» è il pezzo che mi ha fatto fermare quella sera. Il titolo è «luce» in francese, accompagnato dalla lettera «i» nel sistema di scrittura delle lingue batak — un dettaglio che dice molto su dove Mace sta guardando, su quanto il suo immaginario si sia allontanato da Milano per cercare altrove. A 87 BPM il pezzo cammina con una lentezza deliberata, quasi processionale. Izi, Ernia e Tony Boy si alternano con strofe cadenzate, e Digital Astro aggiunge una texture che tiene tutto sospeso. La contrapposizione è netta — buio e luce, amore e vuoto — e i tre la interpretano in modo quasi manicheo, senza sfumature. In vinile la traccia ha un’intro strumentale più lunga, e onestamente è lì che il pezzo respira meglio: quei secondi in più prima che entri la voce cambiano il peso di tutto quello che viene dopo.

La valenza emotiva del brano è bassissima — 23 su 100, praticamente cupa — ma l’energia è alta, 73 su 100. È una combinazione strana: il pezzo non è triste nel senso passivo del termine, è più un’oscurità attiva, un buio che preme. E questa tensione attraversa buona parte del disco.

Poi ci sono i momenti in cui Māyā si apre. Ci sono tracce dove la produzione di Mace lascia entrare più aria, dove i synth pad si allargano e il ritmo si alleggerisce — e lì senti il produttore milanese classe 1982 che sa esattamente dove mettere lo spazio vuoto, che è sempre stato il suo strumento migliore. Ma ci sono anche punti in cui la ricerca spirituale diventa un po’ troppo programmatica, dove senti il concept che lavora più dell’istinto.

Quello che mi resta di questa settimana con Māyā è la sensazione di un disco che funziona meglio quando lo lasci fare — quando non cerchi di capire ogni riferimento, ogni simbolo, e ti limiti a stare dentro il suono. Mace ha costruito qualcosa di coerente, forse troppo coerente: manca quel momento di rottura, quel pezzo che sbanda e ti sorprende. OBE ce l’aveva. Qui tutto è al suo posto, e a volte è proprio quello il problema.

Resta un disco che a me ha tenuto fermo sul divano per quaranta minuti, e di dischi italiani che lo fanno nel 2024 ne conto pochi. Non è il suo migliore, ma è quello dove si sente di più cosa cerca — anche quando non lo trova del tutto.

Scheda tecnica

Tempo
87
#anni 2020#mace#malinconico

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