Legno
domenica 7 giugno 2026 · 3 min
Il secondo disco del duo toscano mascherato finisce con una canzone di Natale, e non è uno scherzo: è la chiave di tutto. Quaranta minuti che sembrano leggeri e invece sanno benissimo dove ti stanno portando.
Finisce con il Natale. Tredici tracce, e l’ultima si chiama proprio «La Canzone Di Natale»: due minuti e quaranta, la cosa più corta del disco insieme all’apertura, con quel tono da giocattolo che sembra buttato lì per ridere. Non è buttato lì. È il punto di arrivo di tutto il resto — il momento in cui il duo toscano smette di fare battute e ammette che le battute servivano a reggere qualcosa. Poi il suono si spegne e resta il silenzio più sincero dei quaranta minuti precedenti.
Torno all’inizio. «Affogare» apre con l’urgenza di chi ha poco tempo: entra quasi senza preambolo, la voce in primo piano, la batteria che spinge dal basso senza mai diventare protagonista. Due minuti e mezzo e via. «In (gin) di vita» raccoglie la corsa e la trasforma in ritornello — è qui che capisci il meccanismo dei Legno, cioè il gioco di parole come esca e il ritornello come trappola. Cominci canticchiando e finisci a guardarti le scarpe.
«Hollywood» con Wrongonyou è il primo momento in cui il disco si allarga: la voce ospite apre lo spazio, gli arrangiamenti si fanno più tersi, meno chitarra e più aria. Poi «I Goal Di Weah» — l’idea di misurare la nostalgia in gol di George Weah è una trovata che un duo mascherato si può permettere, e funziona perché il pezzo non fa l’occhiolino: se lo prende sul serio. «Instagrammare» con rovere è il centro esatto del disco anche emotivamente: il pezzo più cattivo sotto la superficie zuccherosa, con quel refrain che ti resta addosso mentre dice cose non gentili su come viviamo.
Da lì in poi la sequenza si fa più morbida. «Delia», «Casa de Papel», «Sto In Fissa Per Te»: tre pezzi che si passano il testimone quasi senza soluzione di continuità, tenuti insieme da chitarre pulite e da una produzione che non alza mai la voce. Qui il disco rischia la ripetizione — lo scrivo e mi accorgo che non è vero, o meglio non del tutto: è più un pianoro voluto, un tratto di mezzo in cui i Legno tirano il freno prima della seconda metà, che è quella dove i titoli diventano volutamente ingestibili.
Perché «Porn Hub», «Ho Pestato Una Merda», «Patatine Fritte» non sono canzoni-scherzo. Sono la strategia dichiarata di due persone che hanno scelto di non mostrare la faccia e di nascondere la malinconia sotto il titolo più stupido possibile. «Fottutamente Bellissimo» è il pezzo che smaschera il trucco: l’unico momento in cui il disco si concede una dichiarazione senza ironia di protezione, e non a caso arriva quando hai già abbassato la guardia da venti minuti.
Il duo si è formato nel 2018 e questo è il secondo album, uscito a fine novembre. Quaranta minuti e cinquanta secondi: nessun pezzo supera i tre minuti e mezzo, nessuno si dilata, nessuno cerca l’epica. È una disciplina che nell’indie italiano di quegli anni non era affatto scontata — e che secondo me è il vero motivo per cui «Un altro album» tiene ancora.
Non è un disco che vuole essere ricordato come importante. È un disco che vuole essere riascoltato, che è una cosa più difficile. Il titolo fa finta di sminuirsi; il contenuto no.
Scheda tecnica
- Anno
- 2020
- Etichetta
- Matilde Dischi
- Durata
- 40:50
- tracce
- 13
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