Guè
domenica 28 giugno 2026 · 4 min
Quattordici tracce, quarantadue minuti, un solo produttore al comando: Charlie Charles. Sinatra è il disco in cui Guè decide che il controllo vale più del rischio — e a me quella scelta lascia addosso una domanda.
Che cosa racconta un rapper quando non ha più niente da dimostrare? È la domanda che Sinatra mi lascia aperta dalla prima traccia all’ultima, e no, non credo che il disco risponda. Forse non vuole nemmeno provarci.
Guè — Cosimo Fini, milanese, nato il giorno di Natale del 1980, uno dei tre del Club Dogo — arriva qui al punto più levigato della sua carriera solista. Esce il 29 novembre 2018 per Universal e Tanta Roba, e per la prima volta affida la supervisione di tutto il disco a un unico produttore: Charlie Charles, che firma anche il missaggio. Questa è la cosa che mi ha colpito, ed è l’unica di cui ho davvero voglia di parlare, perché spiega il disco intero.
Un solo produttore significa una sola temperatura. E la temperatura di Sinatra è sempre quella: tiepida, notturna, controllatissima. Si apre con Hugh Guefner, un minuto e diciannove di posa — il gioco di parole su Hefner dice già tutto il programma: lusso, vestaglia, distacco — e da lì in avanti il disco non alza mai davvero la voce. Trap Phone con Capo Plaza, Borsello con Sfera Ebbasta e DrefGold, Claro con Tony Effe e Pyrex: tre pezzi che potrebbero stare in qualsiasi ordine senza che il senso cambi. Sono bravi, sono precisi, hanno quel basso morbido e rotondo che Charlie Charles sapeva costruire meglio di chiunque altro in Italia in quegli anni. Ma stanno tutti sullo stesso piano. Non c’è una salita.
E qui il problema diventa interessante, perché l’arco del disco è tutto laterale: invece di crescere, si sposta di lato. 2% con Frah Quintale ammorbidisce, Sobrio con Elodie ammorbidisce ancora, Bam Bam con Cosculluela ed El Micha prova la deviazione latina — che per inciso è l’unico momento in cui il disco suda davvero, e in una scaletta più coraggiosa sarebbe stato il centro e non l’ottavo pezzo su quattordici. Poi Bastardi Senza Gloria con Noyz Narcos: due minuti e mezzo, i più ruvidi del lotto, l’unico momento in cui senti che qualcuno ha qualcosa da perdere. Dura poco. Il disco lo riassorbe subito.
La sequenza migliore è quella finale, e non è un caso: Modalità Aereo con Luchè e Marracash è il pezzo dove Guè torna a essere uno che rappa contro qualcuno invece che accanto a qualcuno, e il passaggio di microfono tra tre persone che si conoscono da vent’anni produce l’unica tensione vera del disco. Poi Hotel — quasi quattro minuti, la traccia più lunga — e Doppio Whisky con Mahmood a chiudere cantando, un anno prima di Soldi. Finire così è una dichiarazione: non voglio lasciarti con un pugno, voglio lasciarti con un bicchiere mezzo vuoto.
Quarantadue minuti e trentuno, nessun pezzo oltre i tre e quarantasette. È un disco che non ti fa mai perdere tempo e non ti fa mai male. Guè ha il mestiere per permetterselo: sa dosare gli ospiti, sa quando sparire dietro un ritornello cantato, sa che una barra sull’orologio funziona meglio se la dici piano. Ma il mestiere da solo non basta a rendere un disco memorabile, e Sinatra secondo me ne è la prova migliore — o peggiore, dipende dai punti di vista.
Il titolo, alla fine, è la chiave e la condanna. Sinatra è l’uomo che canta sempre benissimo, sempre allo stesso modo, sempre con il bicchiere in mano. Guè ci arriva davvero. Il punto è che Sinatra, quando voleva, si incrinava. Qui no: qui non si incrina mai niente, e quarantadue minuti senza una crepa sono quarantadue minuti che scivolano via lisci e non lasciano il segno. Un disco fatto bene da uno che sa farli. Non uno di quelli che tornerò a cercare.
Scheda tecnica
- Anno
- 2018
- Etichetta
- Island
- Durata
- 42:31
- tracce
- 14
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