FSK SATELLITE
domenica 7 giugno 2026 · 4 min
Un pezzo del 2020 che cammina lento su 102 BPM e pesa più di quanto sembri. L'ho riascoltato per caso e mi ci sono fermato sopra tutta la settimana.
Me l’ha rimesso davanti l’algoritmo di Spotify, in una di quelle playlist radio che partono da tutt’altro. Stavo ascoltando roba completamente diversa, è partita “Settimana al caldo” e ho fatto quella cosa che faccio raramente: sono tornato indietro, l’ho rimessa dall’inizio, e poi sono andato a riprendermi tutto “Padre Figlio e Spirito” — il disco degli FSK Satellite del 2020 — per intero. Due volte in tre giorni.
Gli FSK Satellite — Chiello, Taxi B, Sapobully — si sono formati nel 2017 e questo disco è arrivato quando il trio aveva già trovato una chimica precisa. Non è il disco che li ha fatti conoscere al grande pubblico, ma secondo me è quello in cui suonano più sicuri di quello che vogliono fare. E quello che vogliono fare non è sempre facile da digerire.
“Settimana al caldo” è il pezzo che mi ha tenuto fermo. A 102 BPM non corre, cammina — e cammina con un peso addosso che senti fisicamente. C’è uno spazio largo tra ogni colpo della cassa, quasi mezzo secondo di vuoto in cui non succede niente se non la voce. L’energia c’è — la produzione spinge, il basso è presente — ma la valenza emotiva tira tutto verso il basso, verso una cupezza che non si nasconde dietro l’attitudine. È un pezzo che ha la forma della trap ma il respiro di qualcosa di più lento, più denso.
Quello che mi colpisce è come le tre voci si alternano senza mai sovrapporsi davvero. Non c’è il featuring dove uno copre l’altro: ognuno ha il suo spazio, entra, dice quello che deve dire, esce. Taxi B ha un modo di stare sul beat che è quasi pigro — nel senso buono, nel senso che non ha fretta di dimostrare niente. Sapobully porta una grana diversa, più ruvida. Chiello è quello che melodicamente tiene insieme il pezzo, quello che dà la linea su cui gli altri possono appoggiarsi o staccarsi.
C’è un momento — verso la metà del pezzo — in cui la produzione si svuota quasi del tutto. Rimane il beat ridotto all’osso e una voce sola sopra. È un passaggio breve, dura pochi secondi, ma cambia l’atmosfera di tutto quello che viene dopo. Quando rientrano gli altri elementi suonano diversi, più pesanti, come se quel vuoto avesse fatto spazio a qualcosa che prima era compresso.
Il disco intero ha questa qualità: non è omogeneo nel senso che ogni pezzo suona uguale, ma c’è un’aria che attraversa tutto — un’aria calda e ferma, da pomeriggio in cui non succede niente e non succederà niente e va bene così. Non è malinconia nel senso classico. È più una rassegnazione lucida, una cosa che nella trap italiana del 2020 non sentivo spesso trattata con questa onestà.
Detto questo: non è un disco senza difetti. Alcuni pezzi funzionano meno di altri, ci sono momenti in cui la produzione si appoggia a soluzioni che nel 2020 erano già sentite e che oggi suonano ancora più datate. Ma “Settimana al caldo” resiste. Resiste perché non cerca di essere più di quello che è — un pezzo cupo, lento per gli standard del genere, in cui tre che si conoscono bene dicono cose scomode sopra un beat che non li protegge.
Ho un rapporto strano con gli FSK Satellite. Non li ho mai seguiti con costanza, non li ho mai messi tra le cose che riascolto. Ma ogni volta che ci ricasco — per caso, per algoritmo, per noia — mi fermo. E mi chiedo perché non li riascolto più spesso. Poi passa la settimana, me ne dimentico, e il ciclo ricomincia. Forse è il modo giusto di ascoltarli: a intermittenza, senza pretese, lasciando che siano loro a tornare quando è il momento.
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