Santana
lunedì 5 ottobre 2026 · 2 min
L'estate del 1999 me l'ha rovinata questo pezzo, e adesso lo difendo: dalle congas iniziali fino a quel finale che non vuole chiudersi.
Confesso una cosa poco nobile: per vent’anni il suono della chitarra di Carlos Santana mi è sembrato untuoso. Quel sustain lungo, quel vibrato che piange sempre — nell’estate del 1999 usciva da ogni autoradio e io cambiavo stazione. Poi uno ci torna.
Si parte con le congas e quel giro minore ripetuto, due accordi che girano su sé stessi come un ventilatore in una stanza calda. Entra Rob Thomas — il frontman dei Matchbox Twenty, uno che qui scrive e canta — e la prima riga è già il clima: «Man, it’s a hot one / Like seven inches from the midday sun». Poi arriva l’immagine che tiene in piedi tutto il pezzo: «my muñequita, my Spanish Harlem Mona Lisa». Dopo il primo ritornello la chitarra non fa un assolo vero, fa dei commenti: risponde alla voce, due note alla volta, come qualcuno che annuisce.
Il ponte è il punto in cui il brano smette di essere un corteggiamento e diventa geografia: «Out from the barrio, you hear my rhythm from your radio». Il barrio e la radio nella stessa riga — nel 1999, su Arista, prodotto da Matt Serletic, con Santana che aveva cinquantadue anni e la carriera in stallo, suona come una dichiarazione di guerra garbata.
E il finale non finisce. «Let’s don’t forget about it» ripetuto finché le parole si consumano, e la chitarra sopra che non sta zitta, non lascia spazio, insiste. È sfacciato. Avevo torto.
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