Anna of the North
domenica 11 ottobre 2026 · 2 min
Una norvegese di Gjøvik che canta d'amore senza mai nominare un posto. «Lovers» del 2017 e «Dream Girl» del 2019: synth freddi, voce vicinissima, e tutto quello che resta fuori dal quadro.
Non dice mai dove si trova. In due dischi interi — “Lovers” del 2017, “Dream Girl” di ottobre 2019 — Anna Lotterud non nomina una città, una via, una stagione precisa. Canta amori finiti e amori che stanno per finire, e il luogo resta un vuoto. È strano per una che si è scelta un nome geografico: Anna of the North. Il nord ce l’ha nel nome d’arte e lo tiene fuori dai testi. Quell’assenza, per me, è il punto: la sua musica parla di qualcuno che se n’è andato da qualche parte senza dirlo, e Gjøvik — provincia norvegese, dove è nata l’8 giugno 1989 — diventa il posto che non si nomina. Poi Oslo, poi i dischi.
Qualcuno l’ha definita «soft, soul-baring electro-pop» e per una volta l’etichetta regge. I synth sono freddi, tenuti bassi, quasi sempre in pad lunghi che non si muovono; la voce invece è registrata vicinissima, con le consonanti che schioccano. Quel contrasto fa tutto il lavoro: tastiere che sembrano arrivare da un’altra stanza e un fiato che ti arriva addosso. Non alza mai il volume. Insiste.
Se non la conosci, parti da “Lovers”: è il disco in cui la formula è ancora scarna, prima che il pop norvegese degli anni successivi — Sigrid, Dagny — la rendesse una cosa riconoscibile da tutti. Ha vinto uno Spellemann per il video dell’anno, e non mi stupisce: la sua roba è fatta per le immagini, per quello che non dice.
Mi importa perché resiste alla tentazione di spiegarsi. Il pop scandinavo degli ultimi dieci anni ha prodotto molta precisione e poco pudore. Lei il pudore ce l’ha.
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