Luciano Pavarotti
domenica 16 agosto 2026 · 3 min
Nato a Modena nel 1935, figlio di un fornaio. Prima di diventare il tenore più ascoltato del Novecento, voleva fare il portiere di calcio. La voce ha deciso per lui.
C’è un momento preciso in cui ti rendi conto che Pavarotti non è semplicemente un cantante d’opera. È quando lo senti attaccare un do di petto — quella nota tenuta, piena, quasi fisica — e capisci che quello che stai ascoltando non è tecnica: è pressione atmosferica. La voce sale, si allarga, occupa tutto lo spazio disponibile e poi un po’ di più. Ti sposta.
Luciano Pavarotti nasce a Modena il 12 ottobre 1935, figlio di un fornaio. Prima di diventare il tenore che avrebbe venduto oltre 100 milioni di dischi nel mondo, aveva un altro sogno: fare il portiere di calcio. Poi sette anni di formazione vocale, e nel 1961 il debutto come tenore in Italia. Da lì una carriera che dura cinquant’anni e lo porta su tutti i palchi che contano — Vienna, Londra, il Met — fino al paradosso di diventare più riconoscibile di qualsiasi pop star.
Il disco o il momento che mi ha fatto fermare davvero è il concerto del 1990 a Roma con i Tre Tenori — lui, Plácido Domingo e José Carreras — la vigilia della finale dei Mondiali. Sentire «Nessun dorma» di Puccini in quel contesto, davanti a un pubblico che non era quello tradizionale dell’opera, è una di quelle cose che non si spiegano razionalmente. Pavarotti attacca «Vincerò» sul finale e la voce non piega di un millimetro. Rimane ferma, aperta, come se quel do non costasse nulla. Costa tutto, ovviamente. Ma lui non lo fa sentire.
Quello che mi ha sempre colpito non è solo la potenza — è il fraseggio. La voce di Pavarotti nel mezzo-registro ha una ricchezza quasi carnale: c’è calore, c’è peso, c’è presenza. Quando canta «Una furtiva lagrima» dall’Elisir d’amore di Donizetti, la melodia scende lenta, quasi parlata, e lui ci costruisce dentro qualcosa di intimo che non ti aspetti da una voce di quelle dimensioni. Non urla il sentimento: lo lascia stare lì, sospeso, finché non diventa insostenibile.
Poi c’è il progetto Pavarotti & Friends, che a molti puristi ha fatto storcere il naso e che invece mi sembra uno dei gesti più onesti della sua carriera: portare la lirica fuori dal tempio, senza scuse, senza mediazioni intellettuali. Lui non si è abbassato a nulla — ha semplicemente allargato la stanza. Il Grammy Legend Award arrivato nel 1998 certificava qualcosa che il pubblico sapeva già da anni.
Se non lo conosci ancora — cosa che mi sembra difficile, ma non impossibile — parti da «Nessun dorma». Non perché sia la scelta più originale, ma perché è il posto giusto da cui capire cosa significa avere una voce che non ha bisogno di amplificazione per arrivare all’ultima fila. Poi, se ti fermi, ascolta «Una furtiva lagrima». È lì che capisci che Pavarotti non era solo potenza: sapeva anche stare in silenzio dentro una nota.
È morto a Modena il 6 settembre 2007, nella stessa città in cui era nato. Ci sono voci che appartengono a un tempo e a un luogo precisi. La sua appartiene a tutti e due, e a nessuno in particolare.
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