Madcon
venerdì 2 ottobre 2026 · 3 min
Rkomi nomina la periferia e suona il centro, M83 intitola un disco come un biglietto e lo fa grande quanto un capannone. Due scarti tra quello che leggi e quello che senti.
A mezz’ora da Milano. Lo leggi e pensi alla tangenziale, al regionale che si ferma dove non scende nessuno, alla periferia nominata per dire che non sei arrivato. Poi parte il pezzo e non c’è niente di periferico: è centrato, pulito, costruito per stare in una playlist dove tutto ha lo stesso volume. Lo scarto è tutto lì, e per me è il problema — non il merito — di questa uscita. Rkomi l’ha fatto uscire a inizio ottobre come primo estratto dal quinto EP, A Milano, con Khodi in featuring, e la cosa più interessante del brano è proprio Khodi: quando entra lui il baricentro si abbassa, la cadenza si impunta sulle sillabe invece di scivolarci sopra. Poi torna il ritornello e si riallinea tutto. Confesso una mia antipatia non nobile: diffido degli artisti che mettono il nome della città nel titolo. Milano è diventata un aggettivo, e un aggettivo non è un posto.
L’altro scarto è più bello. M83 ha chiamato il decimo disco “I Wrote You A Letter” — un titolo da cosa piccola, scritta a mano, da leggere una volta sola — e dentro c’è il contrario: spazio, riverbero, cori che non si capiscono. Uscito il 25 settembre 2026 sulla sua Other Suns, l’etichetta di Anthony Gonzalez, distribuito via Believe. Il disco era stato annunciato il 22 luglio con copertina e tracklist, e “Blister Sunrise” era arrivata come primo singolo. Lo dico perché conta: un disco fatto in casa propria, senza un major che ti chiede un altro “Midnight City”. E io su Gonzalez ho sempre avuto un pregiudizio — dopo Hurry Up, We’re Dreaming mi sembrava un uomo che costruiva cattedrali per metterci dentro un sassofono. Qui no. Qui le voci stanno sotto, non sopra: le senti come si sente qualcuno che parla in un’altra stanza. In apertura il synth non attacca, si alza — entra già a metà di sé stesso, come se il pezzo fosse cominciato prima che premessi play. E c’è una cosa che continuo a riascoltare: i momenti in cui la batteria sparisce per otto battute e rimane solo il tappeto, e tu aspetti il rientro che non arriva subito. Quell’attesa è la lettera. Il resto è la busta.
Lo scrivo e mi accorgo che sto forse esagerando per entusiasmo: non è un disco che mi ha ribaltato, è un disco che mi ha convinto a rivedere un’antipatia vecchia di dieci anni. Che non è poco.
Del resto di queste due settimane non mi è rimasto niente. C’è un Kæli di Madcon che ho messo su e tolto dopo due pezzi. C’è un arrangiamento orchestrale di “Careless Whisper” firmato Ivan Sokolov: l’idea di togliere il sax a quella canzone e darlo agli archi è una di quelle operazioni che suonano furbe sulla carta e vuote nelle orecchie — quella linea esiste perché è un sax, perché è volgare, perché sembra un uomo che si scusa a mezzanotte. Dato agli archi diventa educazione. E l’educazione, in quel pezzo, non c’entra niente.
Se dovete scegliere: la lettera.
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