Lucio Dalla
sabato 5 settembre 2026 · 2 min
Un disco che conosco a memoria da anni, ma che ho dovuto comprare su vinile per capire che non lo conoscevo per niente.
L’ho preso in un pomeriggio di marzo — quasi per caso, quasi per abitudine — in un negozio di dischi a Bologna, la città di Dalla. Non so se fosse una scelta inconscia o solo una coincidenza, ma mi è sembrato giusto così. La ristampa 2023 su RCA, nuova di zecca, costava poco più di venticinque euro. L’ho messa sotto il braccio senza pensarci troppo.
La copertina è quella: il primo piano di Dalla con gli occhiali rotondi, lo sguardo un po’ storto, quell’aria da uno che sa benissimo cosa sta facendo ma finge di no. Il cartone è rigido, spesso. Il disco pesa come deve pesare un disco — non uno di quei vinili leggeri e senz’anima che ti passano tra le mani come fosse plastica riciclata. Questo no. Questo ha consistenza.
Il rumore di fondo c’è, ma è pulito — quel fruscio basso che non disturba, che quasi aiuta. E poi parte «L’anno che verrà», e lì mi fermo ogni volta nello stesso punto: quando il sassofono entra nella strofa centrale e Dalla abbassa la voce quasi a parlare, non a cantare. È un momento in cui la canzone smette di essere una canzone e diventa qualcosa d’altro — una lettera, forse. «Ti scrivo dal futuro» non è una metafora: Dalla ci credeva davvero, si sentiva.
«Cosa sarà / sarà una bella città / con l’amore e il benessere» — citarlo adesso fa un effetto strano. Non nostalgico, qualcosa di più scomodo. Dalla è morto nel 2012 a Montreux, due giorni prima del suo compleanno, e questo disco — uscito nel 1980 — è uno dei momenti in cui ha scritto meglio di chiunque altro su cosa significa aspettarsi qualcosa che non sai se arriverà.
Come oggetto vale. Come disco vale. Come cosa da tenere in casa, vale ancora di più.
Scheda tecnica
- Anno
- 2023
- Etichetta
- RCA
- Formato
- Vinyl
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